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ITINERARI NOVECENTESCHI - Lab. n. 2 (Scheda critica)
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Autore Messaggio
Raimondo



Iscritto: 31 Mar 2005
Messaggi: 4818
Località: Roma

Inviato: 20/11/2005, 07:41    Oggetto: ITINERARI NOVECENTESCHI - Lab. n. 2 (Scheda critica)  

GIOVANNI PASCOLI

(Profilo critico degli aspetti innovativi della sua poetica)
Nota biografica

(San Mauro di Romagna-FO, oggi San Mauro Pascoli, 1855 – Bologna 1912)
Studia con gli Scolopi a Urbino fino al 1871, poi a Rimini e Firenze. Nel 1877 si iscrive a Lettere a Bologna, fruendo di una borsa di studio, revocatagli nel 1879 per l’accusa di oltraggio ai Reali Carabinieri in una manifestazione di anarchici. Assolto, riprende gli studi e si laurea nel 1882.
Insegna latino ai licei di Matera (fino al 1884), Massa (fino al 1887), Livorno (fino al 1895) e gli è affidata la cattedra di greco e latino all’Università di Bologna passando, morto Carducci, nel 1906 a quella di letteratura italiana fino alla sua morte.
Esordio poetico nel 1891 con la prima edizione di “Myricae”.

Pascoli innovatore

Vengono di seguito richiamati i maggiori rilievi critici sugli aspetti innovativi della poetica pascoliana.

Giorgio Bàrberi Squarotti

[da “Giovanni Pascoli”, in “Dizionario critico della letteratura italiana” diretto da Vittore Branca (UTET, Torino, 1999)]

Osserva che il linguaggio pascoliano presenta un amplissimo margine di sperimentalismo, in direzione, però, non di una dichiarazione verista degli oggetti bensì verso l’ambiguità semantica. (…) Il linguaggio del Pascoli tende verso la non comunicatività(…): di qui le numerosissime onomatopee. L’esito è procurato anche con strumenti meno clamorosi: (…) la forzatura semantica che il Pascoli colloca regolarmente fra sostantivo e aggettivo, che appaiono divergere, fino a sfiorare la divaricazione completa, anche al di là della sinestesia che, tuttavia, rimane una delle figure più diffuse . (…) La positività della comunicazione è così allentata: segno ulteriore dello sperimentalismo pascoliano, nutrito di cultura europea (simbolista), ma anche americana (Whitman, oltre che Poe).

Lisa Conti

[da “Giovanni Pascoli”, in “Dizionario critico della letteratura italiana del Novecento” a cura di Enrico Ghidetti e Giorgio Luti, Editori Riuniti, Roma, 1997]

Rileva la progressiva chiarificazione del suo contributo alla successiva poesia del Novecento, sia per le interpretazioni che hanno riletto in chiave freudiana i simboli e le strutture dei suoi versi. Infatti, se Croce, Cecchi e Serra (…) non seppero superare le varie ‘disuguaglianze’ recepite da ognuno di loro , in diversa misura, nella poesia e nel poeta, che veniva così a soffrire della mancanza di un’immagine unitaria, (…) è dalla fine degli anni Cinquanta che gli studi su Pascoli subiscono una svolta decisiva: ad imprimerla, oltre agli interventi di Pasolini incentrati sul plurilinguismo del poeta, i saggi di Contini, Schiaffini, Devoto, Sanguineti, che hanno aggiornato la querelle pascoliana alle moderne metodologie critiche. Il riconoscimento di Pascoli come uno dei massimi autori di passaggio fra Ottocento e nuova letteratura non è adesso in discussione, ed è da qui che partono le indagini odierne.

Gianfranco Contini

[da “La letteratura italiana – Otto-Novecento”, Sansoni, Firenze, 1974]

Motiva come segue perché Pascoli è un innovatore. Le esperienze futurista, dadaista e surrealista vengono tutte dopo di lui, e se (…) l’avanguardia italiana non si concepirebbe senza il suo precedente, le stesse esperienze fatte in lingue straniere presuppongono il futurismo, e quindi in ultima analisi sono, sia pure mediamente, postume all’esperienza pascoliana. (…) Unico in Pascoli è meno il fatto di essere stato il primo a esperire, almeno parzialmente, il linguaggio pre-grammaticale, che quello di aver messo sullo stesso piano il linguaggio a-grammaticale o pre-grammaticale e il linguaggio grammaticale e il post-grammaticale. Qui sento dirmi da qualcuno: Pascoli, per questa mescolanza, ha dato quasi una prova di timidezza, non è stato abbastanza rivoluzionario e massimalista. Aveva in mano la dinamite che faceva saltare il linguaggio normale e non ha osato usarla fino in fondo, si è trattenuto, si è lasciato frenare dal rispetto della tradizione. (…) In realtà Pascoli si comporta come se non avesse voluto usare in modo puro, isolato, assoluto, neppure la poesia pre-grammaticale. (…) Se Pascoli usa elementi sprovvisti di semanticità, come sarebbero interiezioni, che non contengono una nozione, d’altra parte gli accade pure, all’interno di questa innovazione, di simulare un uso semantico dell’interiezione o dell’onomatopea. Conclude che le iniziative metriche di Pascoli non riguardano né la soppressione della rima (…) né la misura elastica del verso. (…) Le innovazioni pascoliane portano anzitutto su iterazioni ritmico-accentuative. (…) Trascurando l’aspetto ‘orizzontale’ della ripercussione timbrica, come l’allitterazione, se ne può sottolineare l’aspetto ‘verticale’, cioè il mutuo rapporto delle rime.
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