Raimondo
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| Inviato: 7/12/2005, 15:06 Oggetto: ITINERARI NOVECENTESCHI - Lab. n. 3 (Scheda critica) |
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IL LINGUAGGIO POETICO
Di seguito si riportano alcuni brani di noti critici con interessanti considerazioni sul linguaggio poetico e l’analisi di due poesie di Ungaretti e Montale.
Gillo Dorfles
[da “Il divenire delle arti – Ricognizione nei linguaggi artistici” (Bompiani, Milano, 1999)]
La parola, questa sublime prerogativa umana, non può essere identificata per sé con l’arte: ma non può nemmeno essere avvilita alle sue mere componenti sonore, ritmiche, acustiche. (…)
Si deve soprattutto a Ivor Armstrong Richards [“Principles of Literary Criticism”, 1934, trad. it. “I fondamenti della critica letteraria”, Einaudi, Torino 1961] L’iniziativa di attribuire un valore estetico a una poesia solo quando questa abbia altresì una precisa qualità semantica: pur mantenendo fermamente distinti gli statements (asserzioni) poetici e quelli scientifici, considerando i primi come pseudoasserzioni inverificabili e il cui valore è prevalentemente emozionale (mentre le vere asserzioni scientifiche sono spiccatamente referenziali e verificabili).
Portando più oltre le argomentazioni di Richards, Kennet Burke [“The Philosophy of Literary Form”, Louisiana University Press, 1941] giunse a considerare il linguaggio poetico come precipuamente simbolico, attribuendo a ciò la nostra capacità di rimettere in atto tale sua valenza simbolica ad ogni nuova lettura.
Non è chi non veda come simili osservazioni mirino tutte a distinguere la lingua usata come strumento di grezza o anche specifica e scientifica informazione, da quel particolarissimo utensile che può essere manipolato solo dalle delicate mani del poeta e che il fruitore riuscirà ad adoperare a sua volta purché ne rispetti le norme e i vezzi. (…)
Nei significati multipli (…) sta spesso nascosto il nocciolo del linguaggio letterario poetico: il quale comunica, sì, ma mediante un genere d’informazione paradossa ben lontana da quella del linguaggio scientifico e matematico. Illogicità, ambiguità multisignificanza, metaforicità, dunque, possono talvolta degli equivalenti a quella simbolicità della parola poetica che altrimenti sarebbe ridotta alla banalità del discorso quotidiano.
Pier Marco Bertinetto – Carlo Ossola
N.d.R. – Si precisa, per chiarezza espositiva, il significato di due concetti citati nel brano che segue, relativi all’asse sintagmatico e all’asse paradigmatico.
È detto sintagmatico l’asse lungo il quale i segni vengono collocati in maniera sintatticamente ordinata, secondo la sintassi della lingua usata.
È detto paradigmatico l’asse lungo il quale un insieme di segni vengono associati fra loro non sintatticamente, ma secondo nessi riguardanti anche l’espressione grafica e fonica del segno, oltre che agli echi di memoria ed alle associazioni mentali.
In base a tali concetti il linguaggio poetico è connotativo se caratterizzato dallo spostamento della scelta lessicale verso l'asse paradigmatico, mentre è denotativo il linguaggio comune – ed in particolar modo quello scientifico – in quanto orientato lungo l'asse sintagmatico.
[da “La pratica della scrittura”, Ed. Paravia, Torino 1976]
Giuseppe Ungaretti – “Accadrà?”
Sogno, grido, miracolo spezzante,
seme d’amore nell’umana notte,
speranza, fiore, canto,
ora accadrà che cenere prevalga?
Il testo è un enunciato i cui elementi sono, ciascuno, associabili a molte catene paradigmatiche: così sogno è associabile a speranza, miracolo (e anche attesa, desiderio, ecc.), amore; a sua volta seme è associabile in un’altra catena a fiore, ma anche a corolla, petali, ecc.; così infine grido, grido spezzato, urlo, pianto, canto.
Ogni componente del paradigma è virtualmente equivalente a ciascun altro, almeno sotto certi aspetti: pur tuttavia non tutti i componenti possono occorrere nella stessa catena; questo perché nel momento in cui parliamo, operiamo delle scelte, scartando delle possibilità a favore della non ambiguità del nostro messaggio.
In una normale conversazione, probabilmente diremmo, sì, “fiore di speranza, seme d’amore…” o ancora “sogno, miracolo, amore nell’umana notte”, ma difficilmente potremmo allineare, tutti insieme, quei vocativi: sogno, grido, miracolo spezzante. Ma nel discorso poetico è possibile proprio per la proiezione delle catene paradigmatiche sull’asse sintagmatico, in virtù dei numerosi procedimenti iterativi che caratterizzano il discorso poetico (allitterazioni, parallelismi metrici, ecc.); così nel nostro testo a livello sintagmatico si stabiliscono equivalenze (per allitterazione fonica e posizione metrica) tra “sogno … spezzante / seme … speranza”, tali da mettere in luce potenziali affinità semantiche, che permettono di reintegrare le apparenti mancanze di senso.
Se nel discorso normale ci pare di dover dire “sogno, grido spezzato, miracolo”, nel testo poetico le equivalenze foniche e posizionali permettono di leggere in una potenziale sinonimia termini così distanti come “sogno, grido, miracolo spezzante”. Tale proiezione, per il particolare statuto fonico e metrico-sintattico dell’enunciato poetico, ne manifesta insomma la sua natura polisemica, incrementata appunto, come l’esempio ci ha mostrato, dalla combinabilità tra spinte omonimiche e spinte sinonimiche del testo poetico.
In entrambi i casi, le equivalenze foniche e posizionali contribuiscono a mettere in luce potenziali affinità semantiche, e possono addirittura giungere ad affievolire le stesse differenze semantiche tra i segni: l’articolazione fonica è infatti suscettibile, tanto più se sottolineata (come nel nostro caso) dalla partitura metrica, di creare corrispondenze di significato che sono assenti nel linguaggio comune.
Lorenzo Renzi
[da “Come leggere la poesia”, Ed.Il Mulino, Bologna 1985]
Eugenio Montale – “Vento sulla mezzaluna”
IL grande ponte non portava a te.
T’avrei raggiunta anche navigando
nelle chiaviche, a un tuo comando. Ma
già le forze, col sole sui cristalli
delle verande, andavano stremandosi.
L’uomo che predicava sul Crescente
mi chiese “Sai dov’è Dio?”. Lo sapevo
e glielo dissi. Scosse il capo. Sparve
nel turbine che prese uomini e case
e li sollevò in alto, sulla pece.
La poesia è formata da due parti simmetriche di cinque versi ognuna. I versi sono sciolti (cioè senza rima), e spesso non rispettano il ritmo previsto per essere “veri” endecasillabi. In compenso ci sono molte rime “nascoste” (navigando, comando, stremandosi (più le quasi-rime; grande, verande).
La vocale tematica è sempre “a”, tranne al v. 1, “e”. Nella seconda strofa, insistenza su “e” e poi su “a” tematiche, dunque sulle stesse vocali, anche se non c’è nessuna regolarità (…). Dunque, a dispetto della prima apparenza, le due strofe non si ignorano.
Passando al piano semantico, vediamo che la prima è la strofa degli oggetti (statica), del “ponte”, delle “chiaviche”, dei “cristalli / delle verande”. La seconda strofa è narrativa (dinamica”. Ma anche qui la differenza non è assoluta, anzi forse non è nient’altro che apparente; tutte e due le strofe contengono il giudizio del poeta, l’intervento dell’io: prima strofa “t’avrei raggiunta”; seconda strofa “mi chiese”.
Tutte e due le strofe contengono un riferimento a un’altra persona: che è un “tu” nella prima, ma “lui nella seconda: “Dov’è Dio?”. Se numeriamo le due strofe (…) il secondo è sempre il verso della ricerca: di una donna (prima strofa); di Dio (seconda). La prima è irraggiungibile;: il “grande ponte” non porta a lei. Del secondo, Dio, il poeta dice di sapere dov’è. Lui solo lo sa, e lo dice (…).
Le due strofe contengono un crescendo: nella prima c’è lo scacco della ricerca dell’amore umano, nella seconda quello della ricerca di Dio. (…) Sapere che Dio non è in nessun luogo sarebbe sapere molto. Montale sa, ma sa poco – sa un’altra cosa. (…)
Qual è dunque la piccola cosa che Montale sa? Fin dal primo verso, egli sa dov’è raggiungibile la donna, anche se sa che il ponte non ci porta (e confessa di non poter affrontare la navigazione nella fogna che potrebbe portare da lei). La meta della prima e della seconda strofa può allora essere la stessa, e cioè sempre la donna.(…)
Dal punto di vista formale, e per tornare alla “grammatica della poesia”, questa interpretazione permette di conquistare una nuova frontiera dell’isotopia poetica. Tutte e due le strofe parlano della donna – e dunque anche di Dio. Il poeta, alla domanda “Sai dov’è Dio?”, avrà risposto dicendo il luogo dove sapeva che si trovava la donna. A chi, naturalmente, non avrà capito e tanto meno approvato questa risposta (“Scosse il capo”). |
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