DiEcoLaNemesi
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| Inviato: 10/2/2006, 02:14 Oggetto: Il Golem: al di là della metafora ancora metafora |
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Adamo non ancora toccato dal soffio di Dio è golem: essere informe, privo ancora della capacità di nominare le cose, quindi lontano dalla luce divina. E’ la prima tappa della creazione dell’uomo.
E ancora il golem come oggetto di rituali d’iniziazione mistica: come dimostrazione di purezza e vicinanza a Dio dell’adepto di talune scuole dell’esoterismo ebraico, puro al punto da poter creare artificialmente il primo stadio della vita. La creazione del golem è allora anche dimostrazione della potenza del nome di Dio che dà la vita.
E poi il golem delle leggende, il golem automa e strumento del rabbino, creato mediante rituali magici e l’utilizzo di parole sacre per dar vita all’argilla: il golem porta scritto in fronte il nome divino o, secondo altre versioni, la parola “Emeth” (Verità) che gli conferisce vita. In alcune di queste leggende la creatura si ribella al creatore, il rabbino allora distrugge il golem cancellando da esso il nome di Dio o l’alef di “Emeth” (Verità) perché diventi “meth” (morto), di nuovo terra inerte.
Perché scrivere di questo mito? Può sembrare ce ne fossero sicuramente di più interessanti. Forse perché vi parlo con un pc e un monitor e una tastiera, forse perché -appunto- non posso far altro che parlare per generare in voi immagini sensazioni emozioni, per evocare ricordi, a volte -se io sono stato particolarmente “capace” e/o se voi particolarmente sensibili per via della vostra storia- addirittura stati fisiologici come brividi di rabbia o commozione, o un sorriso. Pensavo alla magia delle parole, e mi è venuta in mente la magia di quelle parole che danno la vita all’argilla, e poi ho fatto una marea di associazioni in un istante e non so se saprò farvene partecipi di tutte. Però insomma, questo mito, sembra condensarle, e non mi venissero in mente, ve le suggerirà di certo.
Parole che infondono vita e vanamente avvicinano a Dio, ne danno l’illusione. Vita da infondere nelle parole, l’alchimia di chi vuole raccontare e raccontarsi cose inenarrabili, a volte addirittura indicibili. Adamo è una massa informe finché Dio non gli soffia dentro la capacità di nominare le cose. E’ uno scrittore che vive nelle viscere cose così incredibili da esserne squassato se non addirittura agito, ma che non può incarnare, non può dargli una pelle e suggerirne l’esistenza, non può fare storia. Ecco a volte mi sento come se non potessi fare storia…neppure la mia.
Chi non conosce il “narcisismo” tipico di chi ama la parola letta e scritta, di chi veste amorevolmente i propri vissuti più intimi, le cose più dolci o dolorose della propria vita, con parole che da arbitrarie diventano proprio quella cosa lì, anzi nello scriverne ne scopriamo una caratteristica in più, insospettata o addirittura insospettabile. Forse no, non proprio quella cosa lì, ma la materia è la stessa, parla con lo stesso accento. E quanta dolorosa frustrazione non riuscirvi. Quanto dolore vero a volte. Se non avessi raccontate certe cose, se non le avessi scritte proprio in quel momento, avrebbero perso in sostanza, non sarebbero state meno vere, ma sempre più solo segno di quel che raccontavano. Non potevo farvi sentire toccare, erano comunque solo parole, segni che stanno per altro, ma erano davvero sporche dell’aria che respiravo, degli inciampi delle mie speranze, dei miei pensieri.
Anche io tento di costruire i miei personalissimi golem. Provo a renderli più vivi di quello della leggenda, di conferirgli voce. Perché mi piacerebbe che raccontassero non solo di me, della mia verità, che non restassero il simulacro informe di qualcosa fatta di fango e di nome imposto. Mi piacerebbe che fosse libero il mio golem, una volta creato per dire di me, di parlare ancora con me, di regalarmi sprazzi di luce su cose mie che solo se si è frequentato le mie viscere e i loro pensieri venosi si può conoscere. Mi piacerebbe che una volta libero parlasse ad altri, che non essendo il mio golem oramai solo fango malamente modellato, come ogni cosa viva, nella sua ambiguità potesse raccontare ad altri di loro stessi, che questi addirittura potessero arrivare a dirsi con stupore “ma come è possibile?!”. Vorrei non scoprire che la mia creazione è un pezzo di me, non un figlio mio. Non vorrei mai scoprirla sterile al punto di dover avvicinarmi ad essa e con un bacio triste cancellare la prima lettera di Emeth per dargli la morte. O peggio lasciarla falsamente viva, senza libertà e amore -pezzo di carne staccato dal corpo- per puro malato narcisismo, per il piacere di sé, di specchiarmi in una cosa mia seppur morta, che non potrà parlarmi né parlare, che in un ventriloquio perverso e folle ripeta sempre le stesse parole che all’inizio gli avevo ordinato di mimare.
Ho sempre trovato una mera illusione quella di chi vuole raccontare o leggere cose facili (la semplicità è altra cosa, può essere paradosso e quindi raccontare meglio della complessità ciò che è inenarrabile se non addirittira indicibile). Non è arbitrario comunque credere d'interpretare il vissuto (e le intenzioni) di chi ha scritto? Allora perchè, pur senza usare una quasi altrettanto facile astrusaggine, non scrivere perversioni della parola, non ribaltamenti del significato, ma solo depravazioni di esso, smarcamenti dal semplice convenuto, discrepanze non incolmabili, ma colmabili di sè, del sè-lettore. Il sè-scrivente rimane comunque irraggiungibile. Se fosse altrimenti il suo scritto non potrebbe che essere vuoto di lui o pieno del di lui vuoto.
Lo scritto dovrebbe essere invece un continuo rimando di riverberi: chi scrive riverbera nel suo scritto così come chi legge nello scritto letto, se questo non è così s(t)olido da impedirlo. Se i significanti calzano come una guaina un significato, diventano oggetti da scambiarsi e non vestigia di verità indicibili che figliano verità altre e prima di allora sconosciute. Scrivere dovrebbe essere raccontare tante storie quante i lettori che leggeranno e quante i loro mutamenti col mutare delle proprie vite. La propria solo il punto di partenza: il senso dovrebbe restare sospettato e incontenibile. Il senso di quello scritto, di certo quello della propria storia.
La parola dà la vita, quella di Dio all’uomo, quella del rabbino al golem, la nostra al nostro essere noi. Trovo affascinante la Cabala ebraica, l’idea delle parole come simboli, come emanazioni del nome di Dio, la cui composizione e scomposizione è strumento di creazione dell’universo. Quando parliamo dei nostri dolori e delle nostre gioie non usiamo anche noi le parole come icone quasi di verità altrimenti indicibili? Non creiamo un universo, in cui la parola in virtù dei significati universali e svestendola un po’ da questi ci renda intelligibili nella nostra unicità? Una cosmogonia linguistica comunque. Perché siamo così? in questo simili a Dio? a sua immagine? significanti del suo Significato? siamo parole che Lo raccontano?
E quanto mi ha sempre commosso e inquietato e affascinato, il fatto di dar vita al golem scrivendo la parola Verità (Emeth) e di dargli la morte cancellando la prima lettera e trasformando la verità in morte (Meth): solo una lettera le separa, solo una.
Infine (per modo di dire) una breve riflessione sul golem creatura. Creata senza possibilità di creare, senza parola. Prigioniero di una finalità. Molte di voi sono madri: so che sentite le vostre creature più importanti del loro “creatore”, cioè di voi stesse. Perché in tanti miti l’uomo deve nascere orfano di un amore così incondizionato? di un amore dedicato? E poi naturalmente la questione della libertà, dell’essere liberi (che non ha a che fare con l’amore?). Del golem rispetto al rabbino, di noi rispetto a Dio. E così viene da pensare a Satana e a Lilith. E viene da chiedersi se Essi non siano frutto dell’inconscio di Dio (credo da qualche parte qualcuno l’abbia detto, ma se non lo hanno fatto avrebbero dovuto), perché altrimenti i conti sembrano non tornare o perché mi affascina pensarla così a prescindere dal tornare o meno dei conti. Ma quella di Satana e Lilith è un’altra storia…
Tony P. |
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