Chiara Vitagliano
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Località: Napoli
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| Inviato: 9/8/2006, 17:10 Oggetto: ANALISI POESIE DEL MESE LUGLIO |
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AMORE
EUTANASIA
- Rodolfo Vettorello
Non amo il mare
che mi viene incontro
dopo il buio di un tunnel d'autostrada.
Amo te, annunciata da canneti,
da rigagnoli stretti, da canali,
laguna salsa e quieta,
specchio di cielo,
mite promessa d'acque.
Si sfanno sul bagnasciuga
le salicornie
e il chiaro fiore di barena
s'accende
di capolini azzurri.
Dietro una curva d'argine
il primo scanno,
poi lontano,
tranquillissimamente disteso
l'Adriatico.
Ogni volta ritorno, mare d'anima,
come si torna a casa.
Sulla rena ritrovo
contorte plastiche e conchiglie bianche,
vetrini consumati come smeraldi opachi
e ciotoli di cotto
levigati.
Amo la morte di tutte le tue cose,
calcinate dal sole e dal salmastro
ed amo
la tua morte, mare.
Dolcemente vorrei
che questa mia desolata stanchezza
si dissanguasse in te,
nel breve spazio
tra sabbia ed acqua,
dove tra sussulti,
la medusa agonizza e si consuma.
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Là dove il mare va a morire, in una laguna tra cielo e terra, nasce la poesia: quasi un idillio nella prima parte, con un fiorire e sbocciare di piante e fiori lacustri e profumi e colori corrispondenti, solo suggeriti tuttavia, intuiti nel chiaro azzurro di capolini che illumina la barena, mentre il mare aperto è solo una presenza, lontana e non amata, distesa, tranquillissimamente, quasi indifferente, oltre la curva di un argine.
E a questa fine di mare, a questo luogo dell'anima, ogni volta il poeta ritorna come si ritorna a casa, a ritrovare vecchie cose lasciate, ma non dimenticate. Ed ecco allora la spiaggia con le sue scorie di vita e di abbandono: plastiche contorte e conchiglie bianche, frammenti consumati, erosione lenta di vita e natura, la dolce morte di ciò che appartiene al mare, e del mare stesso, che nella laguna si perde e dolcemente muore, tra tutte le sue tracce di tempo calcinate dal sole e dal salmastro.
Il sentire del poeta si espande sui versi rivestendo di sé ogni immagine, così la laguna, questo spazio di mare chiuso, con la sua erosione, con la morte di tutte le sue cose, traspone lo stato dell'anima dell'autore, fino alla chiusa, stupenda nell'anelito a dissanguarne la desolata stanchezza tra sabbia ed acqua, lì dove anche il mare va a morire, nella trasparenza di una medusa agonizzante.
Un canto d'amore struggente, un'apostrofe toccante in cui il poeta si rivolge alla "sua" laguna, specchio d'anima personificata in tu: bene amato e desiderato, dolce morte di ogni cosa, eutanasia di inquietudini e stanchezze.
INTROSPETTIVA
HO VISTO UN UOMO GIOCARE A FRISBEE COL VENTO
- nauthiz
Ho visto un uomo
in riva al suo mare
lanciare un frisbee
al vento
che lo portava indietro.
Ho visto
un gioco insolito,
tra folate pietose
e una allenata solitudine.
Ho visto un uomo
con pelle sottile
sorridere
della sua strana arte
e trasparire al tramonto.
L'ho visto svanire
in un'ombra
portata via dal mare
complice il vento
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In quattro magnifiche strofe si distende una poesia leggera e trasparente come il vento che soffia sopra ogni verso, eterea come un'ombra che sfuma nel tramonto.
È un senso di profonda, malinconica solitudine a segnare la traccia all'intera lirica: l'allenata, consolidata solitudine dell'anima poetica, avvolta dalle raffiche pietose del vento del mondo, vestita soltanto di uno strato di pelle sottile, nuda, trasparente alle emozioni, permeabile al gioco del vento, anima di poeta che sorride di questa sua strana arte di svelarsi e rivelarsi agli occhi esterni del mondo.
È tutto un gioco di evanescenze ad animare questa straordinaria lirica. Trasparente è il vento che restituisce il frisbee, trasparente è il sorriso che arriccia la pelle sottile, trasparente è l'ombra in cui il gioco si dissolve in chiusa.
L'evanescenza rarefatta che veste interamente di sé tutta quanta la poesia, che ha la stessa consistenza di un sogno, prende corpo e forza nella terza strofa, in quel trasparire transitivo in cui l'anima sparisce lentamente, sfumando nel tramonto, come l'immagine di un sogno portato via dal mare con la complicità del vento.
GENERICA
LA CASA DI ANNA
- omega47
Rideva arcobaleni la tua casa
echi di canti in corsa al tuo domani
Tua madre disponeva sulla mensa
segale di parole.
Un girotondo di mani sorelle
ricamava di passi il suo cortile
e scandiva dei sogni la pienezza
nei meriggi d'estate.
Adesso è muta, ha tracce d'abbandoni
tende gonfie di vento sedie vuote.
Il passato s'attarda sui divani
quando cala la sera
Troppo grande per te che ora t'aggiri
di stanza in stanza appoggiata al dolore
e appendi alle pareti i tuoi pensieri
odorosi di sale
Parli con le tue bambole di pezza
quando il silenzio è denso a respirare.
Coltivi nel giardino le memorie
all'ombra dell'acacia.
Nella bruma precoce delle sere
del tuo novembre pallido di lune
richiudi le finestre e presso il fuoco
bisbiglio di preghiera...
C'era una volta... c'era
C'era, ma non c'è più
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Sei strofe di tre endecasillabi e un settenario in cui la poesia scaturisce dal contrasto perfettamente reso tra la pienezza delle due prime strofe e il doloroso abbandono del seguito.
Allo splendore vitale di una casa tra le cui pareti risuonano arcobaleni di risa e attese di futuro, al rigoglio di giochi infantili e al nutrimento di segale di parole, ricchezza di sogni floridi di estati trascorse nelle due strofe d'apertura, fanno da contraltare pareti mute e tende gonfie di vento e sedie vuote su cui il passato s'attarda, rievocando se stesso, in una solitudine così sola, così abbandonata, che il dolore diventa quasi concreto, materiale, da potercisi appoggiare, come ad un bastone.
Tra le stanze di una casa divenuta improvvisamente troppo grande, tra pensieri appesi alle pareti, come quadri amari, ad ornare muri vuoti, fotografie di una solitudine in cui l'unica voce che interviene a spezzare la densità di un silenzio che affanna il respiro è quella di parole morte rivolte a bambole di pezza e l'unica compagnia sono le memorie, coltivate come fiori all'ombra di un'acacia.
E poi ecco, nell'ultima strofa, il dolore sfumare nella tristezza di un novembre d'anima, precoce autunno pallido di lune, malinconia spezzata nell'ultimo settenario, nel bisbiglio di una preghiera di rimpianto, in un c'era, ma non c'è più sembra sciogliersi, finalmente, il pianto.
ALTRI TEMI
NON C'È GIORNO CHE NON CERCO DI TROVARTI LÌ IN CUCINA
- Aleteia
Non c'è giorno che non cerco
di trovarti lì in cucina
col tuo sguardo un po' scontento
e un sorriso un po' forzato.
"Cosa c'è?" ti dico "mamma..."
Stancamente ti lamenti
degli acciacchi e dei tuoi anni
dell'amore che non è stato
dei tuoi sogni ormai ingialliti
dei tuoi incubi rimasti.
Mentre parli la mia mente
scatta foto
e foto e foto...
Poi mi dici lentamente:
"Ti preparo da mangiare?
"Sì, va bene, grazie mamma,
io mi siedo ad aspettare
sulla sedia qui in cucina"
Ma mi volto e non ti vedo
chiamo mamma e non mi senti.
Non c'è giorno che non piango
mentre aspetto lì in cucina
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Un'unica struggente strofa per raccontare il dolore di un'assenza quotidiana, incolmabile e definitiva, a cui tuttavia mai ci si può rassegnare.
La sofferenza per un ritorno atteso e non realizzabile è percepibile in ogni verso, quasi in ogni parola, senza compassione alcuna di sé, tuttavia, né del proprio dolore, solo come una lacerazione insanabile, una ferita ogni giorno rinnovata e non mai cicatrizzabile.
Come attraverso un sogno, o il ricordo riaffiorato di intimità quotidiane, si snoda un dialogo semplice, fatto di piccoli gesti abituali, in un "Cosa c'è?" carico di amore e di pena per il lamento stanco di una vita ormai piena di anni e di sogni ingialliti, come vecchie fotografie, implacabile come incubi non trascorsi, rimasti tra le pareti di una cucina che è segno di quotidianità domestiche e amorevoli premure di madre per una figlia seduta ad aspettare/sulla sedia qui in cucina.
Una presenza amata, vivida e concreta, che lentamente svanisce in chiusa e basta un semplice movimento, un voltarsi all'indietro, perché la visione, già evanescente, si dissolva nel vuoto, come la voce che chiama, inascoltata, tra le pareti di una cucina, in un'attesa oramai eterna, in una nostalgia che è giorno per giorno spettro di dolore, vivo e presente.
DIALETTALE
ER CENCIO DE VASSALLO
- AliseadeAlisei
E ce lo sai che nun se po'
costrigne gnisuno a entrà
ner core de quarcheduno
che tò da fà
ma io propio nun posso
e tu che ce lo sai, spanzi
er motivo cor cortello
propio stà mmatina
ner mentre ch'er sole sorte
pe' accompagnatte a ssera
ciacconsento, te sé gelato
er sangue ne le vene
e drento ar core
sur gabbarè de legno
cciai messo 'ncroce
li penzieri cotti
pe' 'nfalli liticà
cercanno de nisconne
co' la dipromazzia
er cencio de vassallo
che sei stato.
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In due strofe ben ritmate ed armoniche si leva il rimprovero di una coscienza amareggiata e delusa da un rifiuto d'amore.
Ed è la voce razionale dell'alterego a prendere la parola, richiamando all'ordine l'uomo respinto che si ostina, contro ogni evidenza, ad accoltellare la ragione, a macerarsi nella sofferenza di pensieri ormai ridotti in poltiglia, nell'illusione di nascondere a se stesso co' a dipromazia lo stato di prostrazione a cui il non amore l'ha condotto: maltrattato e stropicciato, come uno cencio, uno straccio di vassallo, un uomo asservito alla mancanza d'amore.
Così ego e alterego reciprocamente si specchiano tra i versi: ragione e sentimento si contrappongono in due strofe ben condotte dal lessico agile e svelto a cui il vernacolo dona un tocco sano di ironia impregnata di sottile sarcasmo, reso ancora più evidente dall'assunzione del punto di vista maschile, come se nella voce accorta dell'alterego fosse in realtà la donna stessa a parlare, rimproverando all'uomo respinto d'essere stato ai suoi occhi nient'altro che un cencio de vassallo.
POESIE DI APOSTROFO
IN BELLA MOSTRA SULLO SCAFFALE
- raffaela ruju
Entrano a piedi scalzi queste risonanze
che scendono leggere
colpevoli come ladre
con l'aria salmastra sulla schiena
Volti ancora assonnati e pieni
di ansie effimere
fanno una fila ordinata con il solito
mansueto silenzio
vanno a pagare le bollette dei sogni.
Un abbaiare di cani ammaestrati
e il vuoto di voci che fa ancora rumore
bruciano nel ghiaccio di luglio
pugnalando il fremito del fango che rimane.
La gente vive ancora nelle pagine
e scava grotte sulla sabbia
ed io guardo da lontano
distillando essenze da ciò che amo
e non resto indifferente alla coda del gatto
che dorme sornione sopra un dizionario
e scodinzola sui baci fugaci
allineati sopra lo scaffale
che mette in bella mostra la vita vagheggiata.
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Basta poco, una goccia d'aria salmastra sulla schiena, a richiamare dalla testa al cuore, dall'esterno fino al corpo, echi di ricordi e sensazioni che, furtive e silenziose come ladre, s'intrufolano dentro gli spiragli dell'anima riportando a galla profili di volti silenziosi, remissivi richiami di passate aspettative, ansie effimere d'attesa e sogni di cui pagare le bollette, ché c'è sempre un prezzo da pagare ai sogni se il mondo di fuori non è che un caos di cani ammaestrati e l'anima un rumoroso vuoto di voci che ghiaccia e irrigidisce il corpo e i sensi e lacera e ferisce come la lama di un pugnale.
È un'introspezione profonda che si snoda in queste cinque strofe, dolorosa e sofferta, come lo sforzo vano di costruire grotte sulla sabbia, fatica sterile scavarsi un riparo di polvere e terra asciutta, chiusi dentro una realtà che appare solo scritta dentro le pagine di un libro, ma che ora l'io, richiamato al corpo dal contatto di quella goccia salmastra, percepisce come lontana. E può guardare con distacco ciò che si trova intorno e delle cose amate distillare essenze, percettibili e tangibili, come la coda del gatto disteso sul dizionario, come a fare la guardia ad uno scaffale sul quale di allinea, in ordine e in mostra, un campionario di immagini e sensazioni, quadri e figure di vita vagheggiata, desiderata e attesa.
OVUNQUE PASSI ANDANDO
- massimo pacelli
ovunque passi andando, mi lascio: impronta;
in canti, ovunque tornino echi.
Oh fretta, fretta, fretta, fretta, fretta
che uccide in fretta l'esistenza. [Offesa!]
La morte: è limite della ragione, dico, e,
in guizzo di pensiero, si chiude un infinito.
Fermo. E vivo; sento, allora, anche la saetta. In cielo.
In fede, cosciente di questa dissimulata: Eternità,
donata da un'immobile goccia di pioggia
sulla punta del naso che rispetta la bocca,
protesa in un bacio. E domani, se ha un senso,
non avrò neppure il tuo nome. Le tue labbra, chissà!
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Il tempo che vibra, onda a frequenza variabile: sul tracciato emozionale l'ago schizza a velocità vertiginose e bruscamente si arresta. "Fermo. E vivo". Un binomio oltre la ragione, oltre la nostra "fretta" di vivere, oltre il concetto di morte e di spazio. Un binomio che è Eternità, attimo nella memoria, goccia "che rispetta la bocca protesa in un bacio".
"Protesa": è solo qui il futuro, il presente e il passato insieme, solo qui, nel fermo immagine scandito dall'immobilità della goccia; è solo qui l'Eternità, solo qui è lo Spazio privo delle coordinate/sbarre che la nostra ragione/paura ci impone insieme al "limite" della morte.
Ed è in questa frequenza, impercettibile per la ragione umana ed accessibile solo al "sentire", che il poeta non "vede" con gli occhi, ma è immerso nell'onda del tempo, dislocato in uno spazio dell'anima che è "cielo" aperto. "In fede".
Il Poeta dà il tempo e supera le barriere spaziali attraverso l'uso della punteggiatura, attraverso il "significante" che fa da ponte al significato e consente la collocazione umana in una dimensione che possiamo definire "divina". La parola si svincola dalla sintassi, acquista un corpo, un sapore, un odore, uno spazio ed un tempo indipendenti dalla ragione ed è sull'asse paradigmatico che si trasmette l'onda dell'eternità, in cui il "domani, se ha un senso", non avrà nomi. "Le tue labbra, chissà!"
E noi non diamo il nome di Poesia a questo capolavoro: ci resterà domani "impronta; in canti, ovunque tornino echi."
MENZIONE SPECIALE a
GAZA di gionni b.
Perché crediamo che rispecchi il comune sentire della comunità di apostrofo.
GAZA
Solo chinare gli occhi.
La terra non usa parole
per dire che un uomo
non lo è più,
e a una donna:
non lo sei mai stata
uno strappo
della mia veste
riparato da un filo di nero
è il lutto
che posso portare
vi aggiungerò un graffio
una spilla rossa
che il tempo
fa scura
e che resta.
E' inutile fingere
di essere lì.
Solo
chinare gli occhi,
la striscia di gaza
sul corpo
come un fiocco rovente |
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