Chiara Vitagliano
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Località: Napoli
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| Inviato: 9/9/2006, 14:42 Oggetto: ANALISI POESIE DEL MESE AGOSTO |
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INCOLPEVOLI E REI
- gocciadisole
I poeti
abitano i vicoli dei bassifondi
sempre più giù in fondo al porto
ancorati d'anima
intrappolati d'alghe
odorando l'aria stantìa del buio,
i poeti si bagnano di pioggia
negli autunni lacerati
e affondano le mani nella melma,
di pece si ottenebrano gli occhi
pitture come lame sottopelle
e mangiano male
e digeriscono peggio
Oh, i poeti sono creature oscene
li vedi scialacquare
in ozio negligente
quando ascoltano
le affollate voci del silenzio
e nulla creano se non
l’oblìo evanescente come oppio
due righe dentro un grande terrapieno
il seme il grano il cerchio
un germoglio nato a caso, incoltivato
un kaos
una poesia.
Che miscredenti i poeti
quando pensano alla morte
tracannando un sorso di veleno in più,
è sola la vita che ti s'incolla addosso
in modo più aderente,
c'è posto per tutti a morsi / amarsi
dentro il grande cielo
ripiegati sotto lo stelo del tormento,
i poeti
nei loro suicidi premeditati
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Tre intense, struggenti strofe a delineare il profilo di una straordinaria e toccante lirica metapoetica.
È un'atmosfera decadente, bohemienne e maledetta che si respira lungo l'intero scorrere dei versi.
L'aria malsana che respirano i poeti, questi fondi d'anima, intrappolati d'alghe, miscredenti e osceni, scialacquatori inchiodati al silenzio rombante delle loro voci di dentro, condannati a trascinarsi la vita addosso, incollata come una seconda pelle, l'aria stantia di soffitte buie, l'odore di oppio, permeano di sé ogni verso, dentro ogni poro della lirica il tormento dell'anima poetica che può oppiare i sensi, sì, ma non il caos interiore, questo grande terrapieno incoltivato da cui nascono a caso i germogli della poesia.
Straordinaria resa del mal di vivere dell'anima poetica, questo tormento autoimposto, questo suicidio premeditato a cui sembra non esserci scampo, questo amarsi a morsi ripiegati sotto lo stelo del tormento.
I poeti, al medesimo tempo incolpevoli e rei del loro stesso essere poeti.
L'HO SENTITA CANTARE, LA MORTE
- tiziana pizzo
patti mi chiede
se ho mai sentito cantare la morte
me lo ripete per voce roca fumosa fuori
da una bocca da uomo
con baffi primi e denti stretti stretti
dico, sì
l'ho sentita cantare la morte
portava pantaloni di pelle nera era
di spalle e danzava per pioggia indiana in odio
contro padre da uccidere e madre da fottere
come la peggio troia quella
senza denti che scopa dietro l'albero e dietro l'albero
piscia
ma patti continua a chiedermi
se ho mai sentito cantare la morte
me lo ripete con l'occhio storto e la riga
in mezzo ai capelli spioventi sopra i buchi
di un divano stinto e disperato
quanto lei
dico, sì
l'ho sentita cantare la morte
aveva barba da poeta e pancia gonfia di birra o che
dopo il sangue ai polsi della strega
e prima
della vasca a erre moscia fatta ultima porta
da spalancare di nascosto come gambe e fica verginelle
sull’erba del giardino della scuola
ma patti continua a chiedermi
se ho mai sentito cantare la morte
me lo ripete con luce paglierina tra dita prone
al filtrino di cartone arrotolato e occhi
al fumo sputato con dolore contro vetro
in pioggia d'ottobre
poi dice
benjamin
io urlo
jim
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Una lirica forte, dura, intensa come la musica a cui è ispirata. Energica e nuda come la voce di Patti Smith, disperante come la musica di Jim Morrison.
Al di là degli spunti, oltre i motivi ispiratori, si distende tuttavia una poesia di straordinario impatto ritmico ed emotivo, battente, serrata come una corsa a tempo di rock.
È un'armonia "spezzata", fatta di scatti, più che di movimenti fluidi, scanditi dalla ripetizione insistente, quasi ossessiva, di una domanda: patti mi chiede, patti continua a chiedermi, a scandire la divisione in strofe e nel mezzo una incredibile ricchezza di immagini, crude, concrete, reali fin quasi al limite estremo. Flash di vita dura, "scura", a tratti anche sconfitta, rabbiosa, come pioggia indiana in odio/contro padre da uccidere e madre da fottere.
È la vita che si irrigidisce incrostandosi in istanti/immagini spinti fino ai limiti estremi del realismo, come la peggio troia quella/senza denti che scopa dietro l'albero e dietro l'albero/piscia.
E ricorrente, tra strofa e strofa, tra immagine e immagine, quella ossessiva domanda: se ho mai sentito cantare la morte e la morte che viene di volta in volta ad assumere le sembianze di una vecchia troia, poi di vene tagliate di un giovane musicista gonfio di birra, in una vasca da bagno, poi in chiusa si confonde, si sdoppia quasi: ed ecco Benjamin, ed ecco in fine, urlato come al vento, Jim.
E in sottofondo la musica dura del rock.
SPALLE COSÌ BELLE NON LE HO MAI AVUTE
- Giulia
Il mare è d'olio questa sera
alle mie spalle container come alcove improvvisate
e consonanti corrose a pezzi e poi coriandoli
a divenire di stelle ho impronte tra i capelli e
spalle così belle non le ho mai avute e
il mare è d'olio questa sera,
non mi sento cadere
non mi sento cadere
raccolta tra le tue mani
come l'ultima ora d'estate,
nuda la tua paura e sete,
sui tuoi polsi fermerò il mio respiro
fermerò quel che posso e se posso di più
qualcosa da spenderti ignaro
da appenderti in cielo
a dondolo il mio corpo muove
a dondolo è un procedere inverso
e il molo un intermezzo
su cui non restano impronte
I gabbiani qui hanno diritto di prelazione
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È un canto d'amore che si snoda tra le strofe, il canto di un cuore innamorato che pare percepire fisicamente se stesso attraverso gli occhi dell'essere amato.
Un'anima che si guarda amare, e si vede spalle belle come mai le ha avute e anche il paesaggio urbano attorno, solo lievemente suggerito dalle scelte lessicali, si fa partecipe del sentimento e allora pure i container del porto si fanno alcove improvvisate e consonanti di cartelli corrosi divengono coriandoli di stelle in cielo, sotto gli occhi lucidi di un mare denso come olio.
C'è una forza nella resa delle sensazioni che avvolge e sospinge e dà il segno e la misura a un sentimento che appare colto nel suo fiorire di emozioni quasi troppo intense per essere contenute e allora eccole straripare nella reiterazione in chiusa alla prima strofa: non mi sento cadere/non mi sento cadere e tornare a raccogliersi nella strofa successiva, dolce e forse un po' triste, come l'ultima ora d'estate.
E poi ecco esplodere l'ardore in quel tempo futuro che è una volontà, salda: sui tuoi polsi fermerò il mio respiro/fermerò quel che posso e se posso di più, ed è quasi come un grido toccante, desiderio di trattenere.
Ed ecco finalmente, negli ultimi versi della seconda strofa, apparire il corpo, fisico, concreto, un corpo a dondolo, si muove piano in un procedere inverso che sembra quasi riavvolgere una pellicola e allora l'attorno svapora e perfino il molo non è ormai che un intermezzo su cui non restano impronte e tutto sembra dissolversi in un volo stridente di gabbiani.
_INTIMITÀ ETERNA_
- Nefertiti_labella
crepuscolo
di anime
che si abbracciano
per pagare
una sola morte
un solo bacio
intimità
eterna
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Una piccola poesia, un condensato d'amore in otto brevi versi di una suggestione quasi onirica.
Due anime amanti strette nell'abbraccio eterno di un'unica morte da pagare, fuse e confuse in un unico bacio d'eterna intimità.
È la sospensione del tempo a dare il segno alla poesia, la sensazione di rarefazione che avvolge i versi e permea di sé ogni strofa di un abbraccio oltre i limiti dello spazio corporeo, un'unione di anime intimamente fuse, strette in un gesto non scandito dallo scorrere del tempo, sospeso, reso eterno dall'assenza di tempo della morte: crepuscolo di vita o istante eternizzato, perpetuato nel gesto intimo e fatale di un bacio, attorno a cui il tempo stesso sembra espandersi, fino al limite estremo dell'eternità, che è assenza di tempo, ma anche tempo infinito, lo spazio in cui due anime si abbracciano per morire di una sola morte.
CERCO UNA PIUMA DA PORTARE IN SPALLA
- Père Jules
...mangio con la mano sinistra e impugno la forchetta come una zappa
mi sa di rivincita.
Lego i miei inganni agli sguardi appannati fuori dalla finestra
nell'aria impazzano pezzi di vetro che io respiro voracemente.
Il prosecco ha fermentato con la frutta
pensieri trasformati chimicamente
in larve di lumache senza guscio in gola
immagine ricorrente,
ingoio i miei giorni
vuoti di me
ecco perché questo scavare pupille
asserragliato in una stanza con cui ho chiuso da tempo
il mio contratto sentimentale
strappando i poster che la rendevano spoglia di orme,
adesso scavo la terra umida davanti a me
e prendo le misure del piede
per affossarlo precisamente
in un andare costruito
tomba d'idealismi
ho deciso
di ribellarmi alle croci del passato,
cerco una piuma
da portare in spalla...
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Ventitrè versi di varia lunghezza delineano immagini forti, compresse, di un mal di vivere annaffiato di prosecco fermentato con la frutta.
Ed ecco subito, al principio, affiorare la ribellione dell'anima costretta, in una forchetta impugnata con la mano sinistra, come una zappa, in segno di rivalsa, riscatto verso le maniere del mondo, immagine corporea, concreta, definita dello stare a tavola "corretto", volutamente stravolto dalla volontà di rivincita.
I pensieri prendono consistenza in corpo, trasformati chimicamente dal vino in larve di lumache, sapore nauseante di vino fermentato, immagine ricorrente a consumare giorni vuoti in stanze spoglie di qualunque legame, di ogni appartenenza, sulle pareti solo poster strappati, come un contratto sentimentale da tempo chiuso.
È l'illusione il pensiero dominante in questa intensa lirica. L'illusione è negli inganni appesi agli sguardi fuori dalla finestra, nei poster alle pareti per coprire muri spogli di orme, vuoti d'anima e di affetti.
E l'illusione, l'inganno degli idealismi, alla fine viene affossato recisamente, in un potente atto di ribellione alle croci del passato, alla ricerca di una piuma da portare in spalla, come un fardello di vita finalmente leggero.
Lirica intensa, forte, potente, come un urlo liberatorio di rabbia, esorcistico riscatto al male di vivere del poeta.
POESIE DI APOSTROFO
L'AURORA
- jack cat
...
stasera mi son per prima volta ritrovato
a dar di buonanotte ad un’aurora
il che dev'esser strano, penserete
ma sulla punta estrema,
delle omeriche sue dita sottili e un po' rosate,
come chi tutto per sé tiene e al tempo lascia,
e al tempo stesso nulla vede
l'aurora dalle dita rosa in punta un bacio diede
che nella notte a nascondersi provò,
oscurandosi di fiammeggianti neon
rividi allora te, laura, e laura ora,
per quel bacio che mi perse quinta volta almeno
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La delicata sfumatura rosata dell'alba illumina ogni verso di una luce soffusa e morbida dando vita ad una lirica straordinaria per suggestione e forza evocativa, in un lessico denso di risonanze classiche, in cui le dita dell'aurora sono omericamente sottili e rosa e l'alba quasi personificata.
E tutto è sfumato, delicato come l'aurora a cui il poeta si ritrova sorprendentemente, quasi sorpreso egli stesso, (il che dev'esser strano/penserete), a dar di buonanotte.
Ed eccola l'aurora dalle dita omericamente sottili e delicate che delicatamente, in punta, depone un bacio, che timido, quasi timoroso, tenta si sfuggire nascondendosi nella notte e oscurandosi nella luce artificiale dei neon.
La forza della lirica sta tutta nelle scelte lessicali, nei giochi di luce e ombra che riesce a creare, nella straordinaria carica evocativa delle immagini, in quell' "aura" diffusa che aleggia in ogni verso, l'aurora personificata che si stende lungo i versi ed acquista corpo e nome in chiusa divenendo donna, laura, nome proprio scritto con la lettera minuscola come l'aurora, come l'aura di un bacio che prova a nascondersi nella notte.
Laura/Aurora che ritorna aura calda, sfumata in chiusa dopo la breve irruzione della luce fredda artificiale dei neon in cui si era oscurato fiammeggiando il bacio poco sopra.
E nell'aura di quel bacio anche il poeta, ancora una volta, si perde.
BREVI SENZA TITOLO
- macchinadelpopolo
Ganasce che stringono forte
Aaaaaaaaaahhhhhhh
Miseria zoccola!
Ma cosa urli
Non è la mia mandibola
Son quelle dei freni
Anche se so che vorresti essere morsa
Apri l'ombrello!
ALLORA?
Che l'apri o no?
Fa caldo oggi, lo so,
ma i temporali estivi
anche tu sai come sono improvvisi
L'esistenza non esiste
per un minatore
e giù picconate
e picconate
e picconate
e picconate
e giù la miniera
addosso al picconatore
L'esistenza non esiste
per un minatore
Bagnati i piedi!
Perché piangi?
Perché devi bagnarti piedi?
Non fare lo sciocco
Anche se lo devi fare nell'acido (brutto spione)
Ti rimangono
Sempre le gambe
La vecchia non ce la fa
Ad attraversare
La guardo costernato
Non ce la fa proprio
Mi guarda
La riguardo costernato
Sempre più
Le dico
ma suo figlio è un po' testa di cazzo
a mandarla fuori così,
da sola!
E attraverso
da solo
La televisione si colora
di urla disumane
palazzi in diretta
si sbriciolano sotto le bombe
braccia di qua
teste di là
bambini senza respiro
in braccio ad un padre
non più padre
chissà se è finita
chissà se è finita
aspetta
si è finita
Cara, vieni,
la pubblicità è finita
ricomincia Teo Mammuccari
il camiopinionista
si trovava sempre vicino
agli incidenti più gravi
per questo lo intervistavano sempre
e sempre dava saggi consigli
il camiopinionista
il vecchio porco
era allergico alla carne di maiale
simpatica contraddizione
di un porco a cui piacevano i bambini
Vi siete chiesti perché uso il passato?
Provate a indovinare?
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Otto brevi, senza titolo, otto frammenti di realtà osservati in presa diretta, in una sperimentazione poetica di indubbio impatto.
Sono flash di una realtà allucinante/allucinata quelli sui quali scorre sprezzante l'obiettivo della macchina da presa.
L'occhio apparentemente cinico del poeta osserva e descrive, in modo straordinariamente sintetico ed efficace, scene paradossali solo in apparenza, in realtà potente rappresentazione degli aspetti più infernali della realtà, aspetti veri e vivi del mondo così com'è: con le sue atrocità, i suoi cinismi, le sue crudeltà.
È il tono ironico, sarcastico, da perfetta satira sociale, a contraddistinguere ciascuna di queste brevi, in cui è la mordacità a farla da padrone. L'apparente cinismo è teso, tuttavia, ad una sorta di denuncia sociale dei quotidiani "mali del mondo", fatti di esistenze sommerse, come quel picconatore a cui crolla la miniera addosso ché tanto l'esistenza non esiste/per un minatore, di mali endemici alla società, come la punizione dell'acido inflitta a chi ha tradito (ma tanto Ti rimangono/sempre le gambe), come l'allucinante, quotidiano cinismo domestico di chi guarda alla televisione scene di devastazione e guerra come fosse pubblicità, aspettando che ricominci Teo Mammuccari.
È l'amara ironia, perfettamente gestita in ogni singolo quadro, a dare il segno a tutta la composizione, a creare quel contrasto paradossale che rende ancora più vivida e intensa ogni scena e ancora più reale "l'inferno" quotidiano.
Satira sociale assolutamente perfetta, assolutamente reale e potente. |
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