Paolo Biagioni
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| Inviato: 10/6/2005, 21:37 Oggetto: Premiazione delle Poesie del mese di Maggio |
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Poesie del mese sezione "Poesie di apostrofo"
Ti stringo la mano
Francesca Pellegrino
Ti stringo la mano, adesso
Adesso che perfino una parola
tra le labbra fa soltanto rumore
e più non dice.
Non parli che con gli occhi socchiusi
fra palpebre troppo pesanti per tenersi da sole
Ma la tua mano stringe ancora forte
come quando giocavi e dicevi
dei tempi che ti seppero bambina e già moglie
e poi vedova di un figlio
vivo solo nel mare che ti annega lo sguardo
da allora.
Ti stringo la mano, adesso
ma l’inverno è arrivato
(non guarda mai in faccia nessuno, il tempo)
e cade lenta la neve
sulle tue labbra.
Cronaca di un addio, di una fine “accompagnata”, di una mano giovane che sostiene l’altra fino alle porte dell’ultimo viaggio. Le immagini sono dense, pregne di amore e di umanità, pervase dalla ricchezza della memoria di un vissuto lungo e sereno, malgrado i dolori e le avversità che fanno parte della vita stessa.
C’è un capezzale, una donna che muore, una ragazza che le stringe la mano: in silenzio, dolcemente.
Siamo oltre le parole: “una parola tra le labbra” ormai, farebbe “ soltanto rumore “, senza più dire nulla.
E il rumore sarebbe fuori luogo in questa atmosfera di quiete, penombra e dolore rassegnato all’esito inevitabile.
Parlano ancora gli occhi tra le palpebre semi chiuse; raccontano ancora la stretta forte delle mani, la memoria di storie ripetute e lontane e il vincolo d’amore fortissimo che lega le due donne malgrado ed oltre l”’inverno morte” che giunge inesorabile a seppellire le labbra di neve lenta e leggera.
Lirica struggente, in cui la vita domina malgrado la morte imminente, arricchita di immagini poetiche di impatto devastante (“vedova di un figlio/ vivo solo nel mare che ti annega lo sguardo da allora” ).
Dal primo all’ultimo verso, l’autrice ci (si) prepara al distacco senza mai indulgere ad espressioni retoriche, senza mai cadere nell’esasperazione di un dolore urlato. La lirica è un sussurro di amore e dignità, di dolcezza e rimpianto privo di disperazione, espresso con lessico originale a mirato, mai fuori dalle righe.
E’ resa con maestria la dolcezza del passaggio della nonna, (non perduta: mai perduta del tutto) da una stagione all’altra: da una parte all’altra della strada.
Rossana Carturan
Di uno stupro
In un letto
dilatato dal freddo,
spezzasti la gola
ad una bambola magra.
Seminando polvere scaduta,
consumato dal vuoto,
le cercasti il sangue.
Una riga sul seno,
come un cane che segna il confine,
scivolò tra le gambe
a chiudere il dolore.
Oggi
tra i grani di un germoglio mai colto,
in una pioggia di sole,
ad ogni polline di primavera,
Lei si leverà fissa
ad indicarti una morte senza ritorno.
E’ una poesia durissima, dal taglio scarno ed essenziale, che tratta un tema difficile e scomodo senza mai abbassare di una virgola la tensione poetica. L’analisi dello stupro è spietata e priva di filtri che ne offuschino l’accecante crudeltà: in un prato gelato (ogni intimità già viene negata, ogni pudore ucciso) un adulto violenta una ragazzina, spezzandone ad un tempo “gola” (si vedono quasi, le mani che impediscono il grido) e sogni. La prende senza precauzioni di sorta, facendole male, spandendo il seme vecchio come “polvere scaduta”(di impatto fortissimo “le cercasti il sangue”) violandola brutalmente e marchiandola come “un cane che segna il confine”. Forte e drammatica l’immagine del sangue che, dalla ferita inferta al seno, cola fino a riunirsi a quello della verginità trafitta, come a chiudere la parentesi di dolore. L’orrore resta lì, negli undici versi iniziali che colpiscono come un pugno nel cuore: rimane circoscritto in quel prato consumato da dolore e vergogna. Da lì”Oggi”, dopo anni, la donna nata da quella violenza, passando in una “pioggia di sole”, forse all’ultimo stadio di una catarsi voluta ed ottenuta, potrà fermarsi e guardare la crisalide della bimba che era, infranta per sempre. Da quella “morte senza ritorno” oggi può finalmente nascere una nuova consapevolezza di sé, addirittura fortificata dal delitto subìto.
La lirica è drasticamente suddivisa in due strofe di diversa ampiezza ma di identico impegno creativo, simboleggianti passato e presente: ieri lo stupro, oggi il coraggio di rivedere luoghi e situazioni, affinché la morte dei sogni diventi trampolino per un futuro vivibile, perché il “germoglio” non sia stato strappato invano.
Poesie del mese sezione "Poesie Utenti"
Prima di andare
Nord_Slow
Ha un respiro breve,la disperazione
come i giorni che non potrò vedere
Amaro e secco
così come il taglio al petto
che mi attende invano
Non distinguo il vuoto dal vuoto
spezzo di me quello che non piego
e se mordo il silenzio
è soltanto per saldare il debito
La terra sarà di rabbia grassa
il raccolto fitto e abbondante
da soffocare ogni speranza.
Lirica rabbiosa e disperata, affannata e secca, dibattuta ed annaspante: c’è fame d’aria e di vita, contrapposta alla impossibilità di godere sia dell’una che dell’altra. L’autrice non spiega le possibili motivazioni che la inducano a questo “sentire”…si limita ad esporre sapientemente il disagio, la rabbia, il soffocamento progressivo in questo “vuoto” interiore indistinguibile dal “vuoto intorno”. E i frutti di questa impotenza rabbiosa e soffocante, abbondanti, sovrapposti, densi come gli alberi di una foresta tanto fitta da impedire che alcun tipo di luce vi filtri all’interno, non potranno che travolgere e soffocare ogni possibile speranza residua.
Tutta la lirica si impernia su un senso di autodistruzione inseguita e raggiunta, in punta di paragone e metafora, con un ritmo che di strofa in strofa, fino alla terzina finale, accelera inversamente proporzionale al numero dei versi: cinque nella prima strofa,( evidenziatrice dell’affanno), quattro nella seconda ( in cui l’autolesionismo è padrone) tre nell’ultima (disperatamente conclusiva).
Lirica spezzata, ansimante e coinvolgente, sostenuta da un lessico durissimo, priva di ogni indulgenza interiore: si snoda impetuosa e priva degli argini della punteggiatura, quasi a travolgere il lettore con la sua dirompente, dolorosa crudezza.
L'uomo più felice del mondob]
[b]SenzaIlMioNomeSonoNessuno
Sommerso dall'indaco
lo scalatore
si appoggiò al precipizio.
In quel momento,
si sentì l'uomo più felice della terra.
Eppure, era perso.
Aveva il cielo sotto e sopra,
aveva una foto sul passaporto,
aveva la sua storia rilegata con brossura.
Con mani sporche di magnesio
fermo restava al precipizio.
Soggetto originale ed immagine inconsueta e pittoresca: un uomo in contatto con l’infinito, privo dei propri limiti, sommerso dall’indaco (il più indefinito dei colori), si appoggia al baratro dopo la salita. Felice per il tempo che conta, vive l’attimo magico della quiete intriso nell’assenza di sé, annullato e perso fra cielo e precipizio, libero da barriere e convenzioni. Tra cielo e burrone, identificato sia con l’uno che con l’altro, respira la gioia di essere uomo. E lo è: l’identità è provata dalla foto sul passaporto, dall’opuscolo patinato di una vita (bellissima la copertina leggera che lo rilega) , dalle mani che fanno presa, tenaci, sulla roccia, derubandola dei suoi minerali; è uomo, sì, ma non è solo corpo ed anima: è parte del tutto, col potere di gestire un pericolo possibile, con l’illusione di toccare il cielo (di essere cielo e spazio e roccia ferma) con la possibilità vivida e remota di ogni tipo di scelta. Volare o lasciarsi cadere. Si appoggia al precipizio. Lo rende quasi base, trampolino del salto ideale. In qualche modo ne è padrone.
Lirica sferzante e disobbediente ad ogni regola metrica, pervasa da un ritmo irregolare che rende percepibile sia la staticità dell’immagine che il movimento ideale dell’insieme: rappresenta la foto di un panorama psico- universale completo dove colore, luce ed azione si armonizzano. Un linguaggio poetico scarno , semplice ed efficace, concorre a mettere a fuoco nitidamente questo splendido flash.
Onirica
Claudio Iannicella
Paure, libertà, percorrendo
il vento che si fa vano,
il vano che si fa inverno,
l’inverno che ritorna
ad esser vento, che muore
essendo neve, sulle mani
e sulla terra che copre
i piedi di pozzanghere.
Forse, i pianti dei marciapiedi.
Intimità. Incontro. Il deserto
nelle strade. Le strade sono
quei grigi deserti, che mormorano
e si intrecciano come cancelli,
e si scontrano con astio,
ma la cosa che più stupisce
è veder passare la gente
tra le strade vuote, che si accavalla,
si attraversa, poi si spegne.
Nella prima strofa, l’autore percorre un cammino ideale in un divenire caotico e titubante: paura e anelito di libertà procedono nel “vivere- vento” che si fa vano, che si fa inverno che a sua volta torna ad essere vento per poi trasformarsi in neve e morire nel pianto delle pozzanghere, sui marciapiedi (immagine vivida e bellissima) sfiorando appena fisicamente l’elemento umano (muore sulle mani, copre i piedi..). L’intero trascorrere delle stagioni vitali è abilmente compresso in nove versi esaustivi, velocissimi e struggenti.
E nel percorso solitario, con pause di incontri ed ipotesi di avvicinamenti precari ed effimeri come un giro di danza, il poeta giunge alla seconda strofa: e qui la lirica dilaga, innalzandosi. Le strade sono (la vita è) mappe di deserto grigio che si incrociano violentemente, che si intrecciano astiose e quasi inconsapevoli; ostili, ferrigne, si snodano irregolari, mormoranti di una folla anonima che le invade intrecciandosi anch’essa, casuale ed incorporea: la gente che “si attraversa” (espressione incomparabile) è una massa ectoplasmatica che si permea per osmosi fino a spegnersi nel nulla (nel vento, forse, perché il ciclo ricominci, eterno).
La lirica è intensa, composta da due novenari solo formalmente distinti che vanno a ricongiungersi nel tema conduttore dell’incipit: procede scorrevole, sostenuta da un ritmo incalzante, punteggiata da accelerazioni cui seguono frenate riflessive brusche ed improvvise.
Il linguaggio poetico è originale e sferzante, pervaso da momenti di profonda introspezione che evadono i confini del sé per allargarsi ad un’umanità intesa come massa emozionalmente arida.
Analisi lucida di un quadro onirico ma non troppo, visto da un’angolazione personale, disincantata e matura.
Di grazia ricevuta
AnanimA
Ho voglia di morire
In ogni forma
Di qualsiasi morte
Sparire e non tornare
Alla fonte
Così che i vostri occhi
S’abituino all’ennesimo
Vuoto colmando con
Le foglie l’eco dei
Passi che storno
Lasciandovi quel
Sapore di niente
Limitando i miei
Pianti al silenzio
Della neve
Voglio morire
Perché ridere
Della mia sofferenza
Non mi da
Neppure noia
Introspezione all’ennesima potenza in questa lirica distruttiva e bellissima: la voglia di morte prescinde dai modi e dalla forma, è scevra da ogni enfasi, appare totale. E la fine non è intesa come un ricongiungimento anelato ad un punto di origine, qualunque esso sia: essa è voluta come annullamento, come disgregazione dell’essere in quel medesimo vuoto (di aiuto? di voci? di ascolto?) che sarà coperto dal tappeto di foglie dell’altrui indifferenza. L’assenza sarà nascosta con lenti volteggi casuali: il vissuto del poeta, persino l’eco dei passi stornati, e quindi non percorsi, non avranno più traccia. Nessun passato, nessun futuro. Nulla. Tutto sarà rimosso, nel divenire perpetuo di un cammino senz’anima. Di un’umanità incapace di comunicazione e di scambio.
Resterà il “gusto di niente”, un pianto agghiacciato e denso, senza singhiozzi, pacato, inerte: calerà un sudario incolore e privo di spessore che vanifica il senso stesso della realtà.
Dall’ anaffettività solo apparente del testo, ( “ridere della mia sofferenza non mi dà neppure noia”) traspare un senso di solitudine estrema e un atto di accusa verso un insieme compatto e sordo al grido di aiuto levato dall’autore.
La sofferenza viene spostata oltre l’emozione, oltre lo stesso sentire, in un paradosso di disperazione.
L’assenza di punteggiatura fa sì che la poesia possa assumere intonazioni differenti spostando i punti di pausa: la lettera maiuscola all’inizio di ogni verso, rende gli stessi intercambiabili a livello di importanza, cosi che il ritmo risulti distaccato, costante e dolente.
Lettera dal bastione
dueanime
Inutile che cerchi l’origine
della mia passione per l’aria
ho solo sposato il cielo
per non ammazzarmi di noia
e forse di troppo amore
ho fatto le mie cose
come ogni mattina
preparato nostra figlia per la scuola
comprato il pane
mentre Cagliari si asciugava al sole
è quasi bello andarsene dopo la pioggia
studiare in ogni pozzanghera
la faccia più adatta all’occasione
fermare il tempo
prima del tuo abbandono
Oggi sono io che parto
e tutto potrà ricominciare:
mi porterai dei fiori
come la prima volta
Considero questa lirica un capolavoro: talmente densa, essenziale e “vera” da mettere i brividi; così coinvolgente, da lasciare senza parole. Ogni commento sembra inutile e gratuito, ogni parola sovrapposta a quelle dell’autrice, quasi un affronto. E’ una lettera d’addio prima del grande salto: è una lettera d’amore pacata e priva di retorica; è una scelta razionale di non vita di fronte ad una qualità di vita inaccettabile; è una risposta preventiva all’abbandono, la cura drastica e definitiva per le ferite della disillusione, l’unico modo per ricevere di nuovo attenzioni perdute. Sposare il cielo e sostituire con questo matrimonio ultraterreno quello umano interrotto dal compagno disamorato; scoprire la “passione per l’aria” ( immagine durissima ma intrisa di poesia pura) per non morire sovrastati dal logoramento e dall’abbandono: questa è la scelta, viva e consapevole.
Morire per amore. Per troppo amore. Per vero amore: quello che va oltre la passione, quello fatto di routine noiosa da onorare fino all’ultimo respiro (“ho preparato nostra figlia per la scuola, comprato il pane”); quello fatto di “opere di bene” continue ed occulte, di piccole attenzioni e premure continuate, e non di mera forma. Morire dopo la pioggia, con la città che si asciuga al sole; andare a morire osservando i volti dei passanti riflessi nelle pozzanghere; morire per fermare il tempo e, ad un tempo, ottenere un nuovo appuntamento con “ il lui di prima” che le porterà fiori e le dedicherà (forse) pensieri e lacrime, come all’inizio del cammino insieme.
Tre strofe quinarie ed il primo distico dell’ultima quartina, si svolgono con ritmo scorrevole, descrivendo azioni ed emozioni in una continuità che non ha bisogno di alcuna punteggiatura. Essenziali i due punti di pausa alla fine del secondo verso dell’ultima quartina, perché descrivono il fine ultimo del volo:speranza e certezza di un ritorno.
E’ come se l’autrice accompagnasse la protagonista della lirica senza esprimere giudizi etico-morali di alcun tipo, accogliendone la testimonianza, guardandola camminare, volare e poi cadere. In rispettoso silenzio.
Vedi quell'arco?
longino
Vedi quell'arco?
È il compimento della vita:
Nasce nel punto indefinito
percorre, scavalca, traccia
poi raggiunge l’apice
e continua nella discesa
verso la fine, sempre
oltre l’orizzonte, piatto
irraggiungibile, quasi anarchico.
Non esistono cerchi
solo traiettorie e moti
curve, come arcobaleni,
grondanti colori di spettri,
sorgono oltre
e finiscono altrove.
Si muove respingendo
il tuo sguardo:
nulla potrà raggiungerlo
se non la tua impulsiva illusione.
Così la tua memoria,
annodata alle sofferenze
alle gioie, all’amore.
Compie un tragitto
disseminato di sviluppo
e più indurisce la tua pelle,
più aspra la tua voce
e meno saprai esultarne.
Allora vivi, assorbi
ogni luce, riposa
in ogni penombra
dissetati in ogni fontana,
scaldati in ogni sole
respira nella direzione
del vento
e bagnati con tutte
le piogge.
E potrai vantarti
d’aver cavalcato quell’arco
esserne stato il domatore
supremo, fino al suo
fulgido, splendido abisso.
Visualizzazione della vita come fosse una sorta di arcobaleno poetico: un arco che nasce da un punto indefinito, percorre una parabola ascendente, sfolgora nell’ acme ed intraprende la parabola discendente fino alla certa ed inevitabile fine, oltre un ipotetico orizzonte. E sembra lontanissimo, colorato ed irraggiungibile: oscuro alla fonte, incerto all’arrivo, indisciplinato nel decorso, come privo di traiettoria, potrà essere domato, alla stregua di un animale selvaggio, solo lasciandosene assorbire senza sospetto, abbandonandosi alla corsa, adeguandosi a luci ed ombre, dolcemente. Se si saprà godere di ogni cambio di direzione, senza irrigidirsi, attingendo nei momenti bui alla fonte inesauribile della memoria, allora e solo allora si potrà dire di aver vissuto appieno e degnamente.
La lirica procede sulla linea della metafora, scorrevole ed irregolare nella quantificazione dei versi; ha un ritmo altilenante che rende l’idea di un percorso vario: il passaggio dall’una all’altra delle sette strofe è “ondulato” e sapientemente strutturato per catturare l’attenzione del lettore con passaggi di ottima espressione poetica (“ scaldati in ogni sole, respira in direzione del vento e bagnati con tutte le piogge”) sostenuti da un lessico ricco ed elegante.
Una poesia vitale, pittoresco promemoria sull’arte del “vivere davvero”.
Le poesie presenti nella sezone "poesie utenti" questo mese sono 6 e non 5 per la presenza di un ex aequo.
Ringraziamo gli autori per le Opere pubblicate e Maria Teresa Sampietro "Sidney_L" che ne ha curato la scelta e l'analisi. |
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