Chiara Vitagliano
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Località: Napoli
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| Inviato: 7/11/2006, 00:44 Oggetto: Trafiletti. Cronaca di luci ed ombre dal ventre di Napoli |
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Trafiletti. Cronaca di luci ed ombre dal ventre di Napoli
Via Luigi Settembrini è nel ventre di Napoli. Un vicolo-cantiere, oggetto di riqualificazione urbana da quando, qualche tempo fa, Alvaro Siza, navigato architetto portoghese, ha ristrutturato l'antico palazzo Donnaregina e l'ha reso sede del primo museo di Arte Contemporanea che Napoli abbia mai avuto: l'unico in Italia ad avere sede in un centro storico.
Dentro il ventre di Napoli.
Io lavoro lì, tutti i pomeriggi (tranne il martedi). Se volete venirmi a trovare.
C'è qualcosa di stranamente grottesco e paradossalmente suggestivo in quel vicolo.
Venendo da via Duomo, sul lato destro ci si trova davanti un normale vicolo del centro: una merceria, una cartolibreria, un basso, una scuola. Normale vita cittadina nel ventre di Napoli. Ma rivolgete lo sguardo sull'altro lato della strada e vi troverete di fronte lo spettacolo inatteso di una via fantasma. Scheletri di antichi palazzi disabitati, con balconi e finestre murati, l'interno di un bar abbandonato chissà quando con ancora la sua insegna in bella mostra. Materassi e coperte, forse anche una rete da letto, in un basso al pianterreno. Più avanti un altro vicolo sembra una moderna Pompei appena disseppellita dal fango.
E le macchine edili ogni giorno lavorano a sistemare la zona, e ogni giorno non fanno altro che alzare terra, spessa e nera terra.
A volte, guardando dalla mia visuale privilegiata al secondo piano del palazzo Donnaregina, mi chiedo a chi siano appartenute quelle case, che genere di gente le abitasse un tempo, quando ancora era viva la via, chi verrà ad abitarci tra qualche tempo, quando i lavori termineranno e la zona sarà interamente riqualificata.
Trafiletto 1. Le luci
Prima tappa
Il ragazzo del chiosco alla stazione di piazza Cavour (leggi Càvour), ha un viso tondo bonario, e sorride sempre. Oramai mi conosce, ed io conosco lui, da quando la prima volta ho scelto di fermarmi al suo chiosco per il pranzo.
Hotdog con senape. Qui lo chiamano Ottedogghe, o anche Iustel, nel ventre di Napoli, ma dalla seconda volta che mi sono fermata ad ordinarlo è diventato: Ilsolito.
Tendo ad arrivare sempre alla stessa ora, così lui sa quando sono in ritardo e me lo fa notare: "Sei in ritardo, oggi! Vuoi vedere che indovino che cosa vuoi mangiare?" Oppure, agitando il tubetto della senape: "Guarda che cosa è appena arrivato per te!" E pensare che fino a poco tempo fa detestavo la senape.
Ieri gli ho detto: "Oggi potrei anche mangiarmi un bel panuozzo sacicce e friarelli, ma mi piace troppo dire Ilsolito!" Piace anche a lui. E pensare che nemmeno so come si chiama.
Seconda tappa
Il bar Tico, all'angolo, fa un ottimo caffè. È la mia seconda tappa sulla via del museo, sempre, anche quando sono in ritardo, non me lo faccio mancare mai.
Caffè lungo in tazza fredda. Il secondo solito della giornata (ho scoperto di essere alquanto abitudinaria). Il barista ricorda a memoria i gusti di tutti i suoi clienti abituali e ogni tanto rimprovera 'o guaglione perché confonde le ordinazioni: "Scusatelo, signurì, chello ancora adda 'mparà 'a fatica!" Io oramai non devo più neanche chiedere, basta che mi vedano entrare.
Oggi nemmeno ho dovuto aspettare, appena arrivata al banco, già avevo il caffè davanti (e l'immancabile bicchiere d'acqua). Deve avermi visto sorpresa, mi ha detto: "Avete visto come siamo celeri? Ci avete messo troppo tempo a pagare!" Dovevo cambiare dieci euro, in effetti.
"Buona giornata, signurì! Venite domani? A ggià chello dimane è martedi, state chiusi è 'o vero?" "Sìssignore, è 'o vero!"
Terza tappa
... perché il venerdi, questo mese, è una giornata pesante e io monto alle 13.30 e allora ho bisogno di una soppontina, a metà pomeriggio, quando ormai anche l'ultima briciolina di iustèl è stata digerita. E allora ecco la mia terza tappa.
Approfitto di una pausa sigaretta per scendere dai piani alti fino all'ingresso del vicolo. In salumeria.
"Ci sta la mozzarella? Quella vostra così buona?" "Sissignore, ci sta. Però oggi la porchetta non ti conviene, sta alla fine: è un po' secca!" " E che ci posso mettere, invece?" "Ti piacciono i cicoli?" "Ma non ci azzeccano con la mozzarella però!" "Vabbuò, fa accussì. Tengo una mozzarella sana da 250g, ti pigli quella e due panini piccoli e stai a posto!" "Vabbuò, mi piglio la mozzarella da 250 g, però la prossima volta me la mettete da parte un po' di porchetta?" "Sissignore! Ci vediamo!"
E ci vediamo.
Trafiletto 2. Le ombre
Alle nove di sera via Foria è un deserto urbano. Mi fa un po' paura attraversare i giardinetti, per la verità. Ci sono non so quante persone incappucciate nascoste dietro gli alberi o sulle panchine e ovunque bottiglie rotte e sigarette, magari ancora accese. Poi ad ogni panchina un senzatetto ubriaco che dorme. Può capitare (ed è proprio il minimo) di venire assaliti da una banda di ragazzini che ti mettono le mani ovunque: cinque contro una. L'ho visto succedere e da quel giorno giro tra quei giardini con un po' di timore in più e un po' d'incoscienza in meno. E vado sempre a passo svelto, per evitare di vedere magari cose che non devo vedere.
Ho scoperto che anche i tassisti hanno paura di starsene in zona, dopo le nove di sera.
"È un'agonia, signora! Io mi fotto sempre di paura quando sto qua, ci resto cinque minuti e poi me ne vado che tanto qua non passa più nessuno a quest'ora, solo malagente, signora, solo malagente! E una guardia manco a pagamento, chelle stanno tutte a piazza del Gesù a fare la parte coi turisti furastieri. Nessuno di noi ci vuole più venire qua! È 'na croce quando ci capita. E voi come vi fidate ad andarvene in giro da sola a quest'ora?" "Sapete com'è? Mo mo ho finito di faticare, devo tornare a casa e stasera non tengo molto genio di prendere la metro, me lo date un passaggio?"
L'altra sera, verso l'ora di chiusura è salito in libreria uno dei ragazzi di sala.
"Che strada fai per tornare a casa? Passi sotto Porta San Gennaro?" "Veramente sì, vado a prendere la metro al Museo!" "Allora attraversa la strada al primo incorcio e non passare per di là! Hanno appena ammazzato uno: sarà un casino tremendo!"
In effetti c'era un casino tremendo: mai vista tanta gente tutta insieme (eccetto che allo stadio), ma qua funziona così, un mare di gente si ferma a guardare quello che succede e poi, davanti alle guardie, nessuno ha visto o sentito nulla, è normale, lo sanno tutti: "Nun saccio niente, dotto' mo mo sto venendo!" Per centocinquanta volte. O duemilacentocinquanta, non fa alcuna differenza. Alcuni, davanti alle dichiarazioni da firmare, perfino si dimenticano l'alfabeto: "Che vulite, dottò? Nun saccio leggere e nemmanco scrivere!" In certe occasioni Napoli è piena di analfabeti.
Questa volta era toccato ad un esponente di un clan del Rione Sanità, se non sbaglio, ammazzato a pistolettate nella pizzeria dove qualche volta ordiniamo le pizze io e il mio collega, quando il museo resta aperto fino a tardi. Ammazzato a pistolettate da due in motorino col casco integrale. A Napoli hanno tutti paura di quelli che girano in moto col casco, nessuno lo porta mai e se lo porta è perché tene 'na mala intenziona!
La volta del pregiudicato c'è andata di mezzo anche una povera signora rumena che non aveva nessuna colpa se non quella di passare di là in un momento sbagliato. Potevo esserci io, per esempio.
Quella è stata la prima sera in cui ho scelto di prendere il taxi per tornare a casa, e trovarne uno è stata un'impresa. La città sembrava morta. In giro nessuno, nemmeno le ombre incappucciate dietro i lampioni ai giardini.
Ora ci chiamano la Città dei Cento Delitti.
Io conosco direttamente solo una minuscola parte della paura che intasa l'aria nel ventre di Napoli e già mi sembra che pesi abbastanza. |
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