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SCARPE AZZURRE E FELICITA' - ALEXANDER McCALL SMITH
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Autore Messaggio
Rossana Carturan



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 6597
Località: Latina

Inviato: 7/5/2008, 07:26    Oggetto: SCARPE AZZURRE E FELICITA' - ALEXANDER McCALL SMITH  


Eccomi qui, son tornata. Ringrazio MT per avermi postato il mercoledì passato e ringrazio tutti voi per le bellissime opere. Le ho lette di corsa, ma con calma proverò a commentarle tutte. :D

Per questa settimana vorrei proporvi un libro fresco e piacevolissimo di Alexander McCall Smith sulla sua Mima Ramotswe, una detective africana posseditrice di una agenzia investigativa e della sua assitente Makutsi: "Scarpe azzurre e felicità"



Il primo romanzo di questa serie è : Le lacrime della giraffa. Quando lo lessi ne rimasi incantata e non vidi l'ora di leggerne altri.
Difatti questo non è da meno.
Una Miss Marple cioccolata, corpulenta, generosa, divertente ed arguta.


Trama:
Numerosi sono i rompicapo che deve risolvere Precious Ramotswe: la sparizione del cibo migliore dalla dispensa di una scuola, un medico di fama sorpreso a falsificare le diagnosi dei pazienti per poter prescrivere farmaci molto costosi, ma c'è anche la dieta cui si sta sottoponendo per snellire la sua figura e le perplessità suscitate invece dal comportamento niente affatto convenzionale della sua assistente, la signorina Makutsi, impegnata a tenersi stretto il fidanzato, spaventato dalle sue dichiarazioni da donna emancipata, e innamorata di un paio di scarpe azzurre troppo piccole per i suoi piedi... Come di consueto, la signora Ramotswe affronta tutto grazie alla sua risolutezza e al suo infallibile intuito, senza mai perdere di vista i piccoli piaceri quotidiani, come una tazza di té rosso fumante da sorseggiare davanti a uno splendido tramonto africano, e l'orgoglio per un paese dove la gentilezza e l'essere civili hanno ancora un valore



Il passo
(trad. Stefania Bertola):
Il signor Fano Fanone aveva spiegato che nel ballo sono sempre gli uomini a condurre, ma Phuti aveva scoperto di essere incapace di farlo e aveva seguito molto volentieri le indicazioni che gli davano le mani della signorina Makutsi, piazzate sulle spalle ed in fondo alla schiena. Questo tradiva una natura femminile, o semplicemente una persona in grado di capire quando un uomo non ha idea di come si conduce la propria dama? Phuti sollevò lo sguardo dal piatto e osservò la signorina Makutsi.
"Signorina Makutsi" iniziò, " c'è una cosa che vorrei chiederti"
Lei posò coltello e forchetta e sorrise. "Puoi chiedermi quello tutto quello che vuoi" lo esortò " Sono la tua fidanzata"
Lui deglutì. Meglio essere diretti. "Sei una femminista?" disse d'un fiato. Il nervosismo lo fece inciampare sulla parola "femminista", e la "F" diventò doppia se non tripla. La signorina Makutsi fu presa in contropiede dalla domanda. Non si era aspettata che saltasse fuori questo argomento, ma se glielo chiedevano, la risposta era una sola.
"Certo" rispose con semplicità. Dopo aver fissato lo fissò attraverso i grandi occhiali rotondi; e di nuovo gli sorrise. "al giorno d'oggi quasi tutte le signore e signorine sono femministe, non lo sapevi?"


Vi ricordo che potete votare tutti i mercoledì trascorsi ciccando sui link o andando direttamente in Home Page su:
VotiInsieme

Come sempre: Buon Divertimento e Buon Lavoro! :D
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Angelo Tozzi



Iscritto: 11 Feb 2008
Messaggi: 1296
Località: Latina

Inviato: 7/5/2008, 07:51    Oggetto:  

Bentornata, Ross.

Anche questo mercoledi è stuzzicante. :angel4:
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Principepazzo



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 9082

Inviato: 7/5/2008, 08:01    Oggetto:  

certo che mi stuzzica ed anche molto
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MT Sampietro



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 7449

Inviato: 7/5/2008, 10:18    Oggetto:  

E speriamo di farcela, almeno questa settimana...
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una tantum



Iscritto: 20 Ott 2005
Messaggi: 181

Inviato: 7/5/2008, 12:55    Oggetto:  

ma come funzionano questi laboratori? Si prende spunto dal passo pubblicato, va bene, ma poi? Si scrive qualcosa di attinente? E attinente a cosa? Allo stile, al contenuto, a ciò che il brano può evocare?
Insomma, qual'è la regola?
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Rossana Carturan



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 6597
Località: Latina

Inviato: 7/5/2008, 15:14    Oggetto:  

Puoi ispirarti a tutto, una tantum: stile, contenuto...anche lo stesso titolo spesso è musa ispiratrice
Il gioco di questo laboratorio è capire cosa un brano scelto possa stimolare, suscitare. Gli elaborati possono essere narrativi, poetici, pagine di diario e quanto altro .
Mi auguro tu sia dei nostrii!
Se non sono stata chiara chiedi senza problemi. E grazie :)
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sandalè



Iscritto: 29 Ago 2007
Messaggi: 762

Inviato: 7/5/2008, 21:45    Oggetto:  

ti aspettavo sai? :-)
oddio, quando ho letto detective sono andata in confusione, non saprei scrivere niente, ma lo spunto che hai scelto è assai stuzzichevole ;-) e chissà, forse qualcosa mi viene.
bentornata!
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una tantum



Iscritto: 20 Ott 2005
Messaggi: 181

Inviato: 8/5/2008, 16:34    Oggetto:  

“Lei è superstizioso, dottore?”
“Direi di no, penso che sia meglio non crederci a certe cose. Mi rifaccio sempre alla storia di quel tale che non volendo passare sotto una scala fu investito da un auto e scaraventato di nuovo sul marciapiede. Anche se…”
Guiso Mazzone sollevò lo sguardo dall’agenda dei suoi appunti e abbozzò un sorriso.
Seduta di fronte a lui, nell’ufficio della pretura di Cammero, Minerva Meloni ricambiò con un certo languore, stringendo un po’ le palpebre e mostrando i suoi denti bianchissimi. Senza dire niente, aspettò che il giudice istruttore concludesse la frase.
“…anche se in fondo ognuno di noi lo è a modo suo. Io, per esempio, non credo ai gatti neri o ai numeri sfortunati, ma quando guardo le partite del Cagliari in televisione mi siedo sempre dalla stessa parte del divano.”
“E il Cagliari vince?”
“Molto poco. Forse devo cambiare divano.”
“O squadra. Perché non se ne sceglie una vincente?”
“Lei sta chiedendo a un cammello di passare nella cruna dell’ago, signora, le assicuro che è molto meno costosa la mia, di soluzione. Ma non siamo qui per parlare di calcio o di sfortuna. E men che meno di prove sul divano.
Allora… vogliamo dare un senso a questo incontro? Cos’ha di tanto importante da riferire?”
“Un sogno, dottore.”
“Un sogno? Signora Meloni, le fornisco l’indirizzo del migliore psicanalista che io conosca, un freudiano che sa interpretare i sogni a meraviglia. Nel mio lavoro, purtroppo, non c’è spazio per l’illusorio. Neppure quando è molto romantico, come in questo caso.”
Il giovane magistrato scandì l’ultima frase con voce melliflua, dopo aver fatto una pausa perfetta, degna di un consumato attore di teatro, e buttò lo sguardo sulla scollatura della giovane vedova. Poi si alzò, come a volersi congedare il più rapidamente possibile.
“Un giorno tornerò da lei, le prometto che parleremo solo dei nostri sogni. Anzi, quando sarà passata questa bufera il mio primo pensiero sarà quello di invitarla a cena, madame. Ma ora devo salutarla. Devo correre a Nughes, mi aspettano per le tredici. Ha già saputo che lì, ieri sera, si è consumato un altro omicidio?”
“Sì, ho sentito. Ed è per questo che ho chiesto di incontrarla. Perché io quel sogno l’ho fatto proprio stanotte, poche ore dopo il delitto. E stanotte non era una notte qualsiasi, era il trentuno di luglio, la notte de Su Traigolzu.”
“La notte di chi?”
“Sì, il demonio cornuto che viene dalle profondità della terra, il maligno che cerca qualcuno da portare nel regno degli inferi. Insomma, penso di aver capito chi è il colpevole che lei sta cercando, dottore.”
Guiso Mazzone guardò di nuovo la vedova Meloni, stavolta con uno sguardo vacuo. Pensò che quella donna avesse il cervello grande come un fagiolo, che la natura fosse stata generosa in tutto con lei tranne che per la materia grigia.
“Ora anche la stregoneria! No, signora, non ci siamo. Le ho già detto che non posso permettermi voli pindarici. Non c’è tempo, mi spiace. Ma vedrà, quando andremo a cena insieme, le garantisco una serata fatta solo di musica e magia.”
“In che senso?
“Lasci perdere, era un tentativo maldestro di farla sorridere. Ma mi perdoni, adesso devo andare.”
Con un gesto poco cortese, Guiso Mazzone guardò l’orologio e tese la mano alla sua interlocutrice. Raccolse gli appunti e fece per andarsene. La vedova ebbe allora un gesto di irritazione, si alzò di scatto e fissò gelidamente il magistrato.
“Faccia pure come crede. Sappia però che lei non sta facendo bene il suo dovere, caro dottore, e che un giorno, quando avrà sulla coscienza altre vittime, si pentirà di avermi liquidato così.”
“Be’, su traicozzu, o come caspita si chiama, ripasserà fra dodici mesi…io spero di risolvere il caso un po’ prima di allora o, nella peggiore delle ipotesi, l’anno prossimo sistemerò una squadra di tiratori scelti sui tetti di Cammero. Vedrà, lo faremo secco prima che possa colpire di nuovo, quel mostro. ”
“Questa ironia di bassa lega non le fa onore, dottor Guiso. Su Traigolzu non c’entra. O meglio c’entra solo per via del sogno. Nel senso che quell’essere fantastico mi ha portato l’assassino dentro le visioni di stanotte. I sogni, lo sa anche lei, possono essere utili a leggere meglio la realtà. Non credo che aiutino a vivere meglio, come dice qualcuno. Anche se quello di poche ore fa aiuta a vivere, né meglio né peggio: a vivere e basta, nel caso della prossima vittima predestinata. Non è di fantasmi o di mostri che volevo parlarle, volevo solo riferirle qualcosa di interessante a proposito dell’omicidio Bassoi.”
Guiso Mazzone, sorpreso dal repentino cambio di registro della vedova, rimase ammutolito per qualche secondo. Poi, ricordandosi che quella donna era stata testimone oculare della morte di Bassoi e che nel primi interrogatori era stata l’unica a dimostrare uno spirito di collaborazione, pensò che forse era il caso di dedicarle altri cinque minuti. Tornò sui suoi passi e si sedette.
“Va bene, la ascolto. Mi lasci solo il tempo di fare una telefonata a Nughes per annunciare il mio ritardo.”
Minerva Meloni esitò, offesa dall’atteggiamento disdegnoso di Guiso Mazzone. Aspettò in piedi che il magistrato concludesse la sua comunicazione e cominciò a sventolarsi con un ventaglio coloratissimo. Avrebbe voluto lasciarlo lì come un salame e andarsene senza neanche salutare. Ma alla fine, pensando che ciò che aveva da dire era troppo importante, decise di non dare ascolto al suo istinto vendicativo. Si accomodò sulla poltroncina, accavallò le lunghe gambe abbronzate e intrecciò le mani sopra il ginocchio. Poi prese un lungo respiro.
“ Prima le ho chiesto se è superstizioso. Non era tanto per fare conversazione. Il fatto è che ciò che sto per raccontarle, per certi versi nasce dalla superstizione. Io, in qualche occasione lo sono, soprattutto quando la scaramanzia si incrocia con le credenze popolari con le quali sono cresciuta. Per questo avevo ritirato dal terrazzino i panni che avevo steso ad asciugare nel pomeriggio: perché mi ricordavo che su Traigolzu veniva attirato dagli indumenti bianchi lasciati all’aria aperta. Per questo avevo chiuso la grande finestra che si affaccia su Via Montemannu, nonostante il gran caldo. E per questa ragione avevo nascosto un rosario sotto il cuscino: così mi avevano insegnato quando ero ancora bambina. Non ci credo più a quella specie di Minotauro che trascina le pesanti catene. Ci sono voluti anni e anni per liberarmi dalle paure dell’infanzia ma ora mi considero una donna moderna e razionale. Non ci ho creduto neppure cinque anni fa, quando mio marito è morto in quel tragico incidente di Agosto, dopo che una vicina di casa mi aveva detto di aver sentito le catene sbattere ripetutamente contro la porta di casa nostra. No, il maligno non c’entra niente, anche se il parroco va ripetendo che si può manifestare in qualunque momento. Il maligno non esiste.
Eppure non posso fare a meno di prendere quelle precauzioni. Come se la ritualità sopravvivesse alla logica, il culto alla ragione. E con la calura di questi giorni non è stato certo ragionevole chiudere le finestre prima di andare a dormire. Ecco, credo che sia stata l’arsura, a farmi fare questo sogno.”
A quel punto, la donna cadde in una specie di trance. Sbarrò gli occhi, come se intorno a lei non ci fosse più niente, come se le cose da vedere fossero altrove, in un luogo irreale. E, dopo un breve silenzio, cominciò a parlare con una voce neutra e monocorde.
“Le mani di mio padre, le mani del padre di mio padre, sporche di terra, callose. Cercano di consolarmi, mi accarezzano i capelli. Io piango, un pianto disperato e irrefrenabile. Sento che devo parlare, dirgli che sta per morire qualcuno, che devono fare qualcosa per impedirlo. Non ci riesco, i singhiozzi mi soffocano. Allora scappo via, corro per strada, spaventata, cadendo e rialzandomi più volte. Dalle finestre delle case, in un paese che non conosco, spuntano altre mani, di gente che mi incita a correre ancora. Ma io non ce la faccio più, il cuore sta per scoppiarmi. Cado, di nuovo, e stavolta non mi rialzo. Vedo buio, non sono più in grado di muovermi e in quel momento sento alzarsi un vento forte che spazza la via, che solleva grani di sabbia e li sbatte con violenza sulla mia faccia. Sento dei passi che si avvicinano, poi altri e altri ancora. Un cerchio di persone, una folla che si accalca intorno a me. Quando riesco finalmente a vedere, vedo solo mani. Ancora mani. Giocano alla morra, sono mani decise, nervose, cattive: tres, chimbe, mudu! E fra quelle mani una è guantata di nero. Mi sembra quella del Generale in pensione, lui aveva sempre un guanto a coprire la sola mano che gli era rimasta. Ho ancora più paura, quell’uomo mi ha sempre terrorizzato, con la sua uniforme militare, il suo pastore tedesco che ringhiava, il suoi occhi osceni sul mio corpo da ragazzina. Ogni volta che lo incontravo abbassavo lo sguardo, acceleravo il mio passo per sfuggire alla sua vista.
Improvvisamente, i giocatori di morra smettono di urlare.
“Muda, muda, muda!” Una voce comincia a ripetere un’esortazione, con calma, con un tono caldo, quasi sussurrato. E’ rivolta a me che ho ripreso a piangere. La mano nera, lentamente, si avvicina al mio viso, sempre di più, fino a schiacciarmi la bocca. Ora sento un gemito debole, un suono sommesso che arriva dritto dall’anima. “Non è altro che il vento, non è altro che il vento” mi dico, per cercare di vincere il terrore, mentre mi sento soffocare, sotto la morsa di quelle dita così nere. Poi, quando ormai penso di morire, la mano si sposta sul mio collo, e dal collo al seno, e dal seno al ventre. Comincia a sbottonarmi la camicia, a palparmi sotto. Sento caldo, ora, molto caldo, e al tempo stesso un confuso piacere. Non riesco a guardare in faccia quell’uomo, il senso di colpa mi impedisce di farlo. Ho bisogno d’aria, ho voglia di restare sdraiata, così, per terra, per sempre. Ma ho bisogno di respirare un po’ d’aria.”
Guiso Mazzone si era già distratto, quel racconto lo stava annoiando mortalmente. Non aveva mai sopportato la gente che racconta i propri sogni. Per un po’ si era sforzato di ascoltare, poi aveva solo simulato una certa attenzione, infine si era distratto completamente, guardando, dalla finestra alla sua sinistra, il sole che faceva capolino fra le nuvole bianche. Si ridestò solo quando Minerva Meloni si mosse dalla fissità che aveva assunto da qualche minuto.
“E’ in quel momento che arriva il cane giallo.”
“Il cane giallo? Lei legge troppi romanzi noir! Le piace Simenon, dunque.”
La vedova non rispose, lasciò cadere l’osservazione, come se non l’avesse sentita.
“Tutti scappano, alla vista di quello strano animale. E’ magro da far paura e trascina un lungo guinzaglio, una catena di metallo che sfregando sul selciato produce un rumore assordante. Tutti scappano, ma io li vedo cadere, ad uno ad uno, sul fondo della via. Quando il cane si avvicina a me, vedo che dalla bocca gli penzola un guanto nero e, nello stesso istante, sento un forte boato.”

La donna fece un’altra pausa e lentamente, come uscendo da uno stato letargico, riprese a sbattere le palpebre e a muovere qualche muscolo.

“Mi sono svegliata proprio in quel momento, agitata, col respiro affannato. Fuori si era scatenato un temporale e i tuoni sembravano le urla di Dio che gridava contro la città.”
“Forse era la voce del diavolo,” la interruppe il magistrato, “lei dice di non crederci, però le sue visioni orrifiche sono piene di simbologie demoniache: il cane, le catene, la tentazione peccaminosa...tutto sembra ricondurre a quello che lei vorrebbe rimuovere.”
“No, è stato solo il caldo. Sono molto più razionale di quanto lei pensi, dottore. Con le finestre chiuse c’era una temperatura insopportabile, stanotte. Ero come febbricitante, e lei sa che quando il corpo non sta bene anche l’inconscio manda dei messaggi. Il caldo mi ha portato dentro quell’incubo e lo stesso caldo mi ha condotto fuori, facendomi risvegliare. Certo, c’erano tutti gli elementi della mia superstizione ma quello che conta è che il sogno è stato rivelatore.”
“Mi vuole dire di cosa?
“Io quei guanti neri li avevo già visti, dottor Guiso. Poco più di un mese fa. Alla serata di presentazione di Bassoi.”
“Cosa intende dire?”
“Si ricorda quando mi ha convocata la prima volta? Che abbiamo parlato di mani e di sguardi?”
“Mi ricordo. Soprattutto degli sguardi, gli sguardi svestiti. E le mani. Come dimenticare…”
“Di quelli, dei suoi sguardi, caro dottore, mi ricordo bene anche io” puntualizzò la vedova con un mezzo sorriso compiaciuto. “Ricorderà però che le avevo parlato di un tipo che avevo visto di sfuggita, mentre si allontanava di gran fretta dalla sala.”
“Giulio Fulvio Lentus, come no.”
“No, non lui. L’altro, quello più giovane e più bello.”
“Sì, ora mi ricordo. Ho qui con me il fotokit che l’ispettore Caras aveva elaborato grazie alle sue indicazioni. Eccolo qui.”
“Proprio lui, anche se debbo confessarle che è molto meglio dal vivo. Ebbene, quell’uomo, il pomeriggio dell’omicidio di Cammero, indossava dei guanti. Guanti neri, come quelli del sogno.”
“Non mi sembra un particolare risolutivo, tutti possono indossare dei guanti. Anche io li uso spesso per difendermi dai geloni.”
“Non credo che i geloni le possano venire il 13 di Giugno, con 34 gradi all’ombra. E’ più probabile che lei, d’estate, possa indossarli perché soffre di un’allergia delle pelle. Oppure…oppure perché non vuole lasciare delle impronte. ”
Il giovane magistrato, si passò più volte la mano sui capelli, come a voler ravviare la sua chioma castana perfettamente curata. Era un gesto che ripeteva ogni volta che si sentiva in imbarazzo. La vedova, con eleganza da fiorettista, aveva reso limpida la sciocchezza che lui aveva appena pronunciato, e per questo si sentì sopraffatto da un forte senso di disagio. Abbozzò, e si sforzò di sorridere apertamente, sollevando un angolo delle labbra.
“Touché, madame.”
“ Ma c’è di più, io quel ragazzo l’avevo già incontrato,” riprese la vedova “e ne avevo già sentito la voce: ecco dove il sogno è stato rivelatore.”
“Mi scusi ma non la seguo più,” mormorò Guiso Mazzone, scoraggiato, “la prego, mi faccia capire.”
“Sì, la voce che stanotte cercava di consolarmi, quella voce calda e rassicurante, che mi chiedeva di calmarmi, era la voce di Nanni Birambai.”
“Di chi?”
“Di Nanni Birambai, l’attore di Nughes. Ho dovuto fare uno sforzo di memoria, al risveglio, per cercare di ricordare dove l’avevo sentita, ma poi tutto mi è tornato in mente con chiarezza. Era stato alla quarta edizione del festival di Batùe, l’anno scorso. In quell’occasione Birambai declamava testi di uno scrittore sardo, non ricordo chi, forse era Dessì, forse no...”
“Facciamo finta de sì” propose il giudice, in un altro tentativo di spirito che non andò a buon fine. “Non l’avevo mai visto o sentito prima di allora, ma mi colpì moltissimo la sua voce ispirata, il timbro delizioso, l’emozione che donava alle parole. Ne fui subito conquistata. Il suo sguardo liquido e seducente avvolgeva l’intera platea e le sue mani spigolose accarezzavano l’aria con la grazia di un ballerino. Fu proprio la sua armonia a rapirmi, quella sera. E non oso raccontarle cosa pensai quando per un attimo il suo sguardo di fuoco si soffermò su di me, seduta in prima fila.”
“Pensieri peccaminosi?” chiese il magistrato, ridestando la donna dalla mollezza in cui stava velocemente precipitando.
“Proprio così, dottor Guiso. Gli stessi del sogno di stanotte, quando la voce soave mi pregava di non piangere più e quella mano si è infilata sotto le mie vesti. Evidentemente quell’uomo è in grado di risvegliare in me un istinto che mantengo sopito da anni. Ora capisco anche perché al Centro Pirisi, il giorno dell’omicidio, cercavo una spiegazione all’inquietudine che quell’apparizione mi aveva trasmesso. Se fossi riuscita a vedere le mani tutto mi sarebbe stato più chiaro. Ma non le vidi. Quella sera le aveva nascoste e io...”
“Basta così, signora Meloni, lei mi è stata di grande aiuto. Se l’intuito non mi inganna, credo che il tempo d’attesa per la nostra cena si sia molto accorciato. Dovrei aver conservato il suo numero di telefono, da qualche parte. Lo sentirà squillare presto. Vedrà, sarà davvero una serata magica. D’altra parte, con la sua eleganza, non potrà che essere così.”
“Vada a farsi fottere da una mandria di bisonti, dottor Guiso. Io non verrò a cena con lei neppure se mi punta una pistola contro. Lei ha il fascino di una carpa e la delicatezza di un ippopotamo. E le sue mani sono viscide come i porcini nel risotto. Lei non troverebbe posto neppure nel peggior giallo scritto da un dilettante, figuriamoci accanto a una signora come me!”
Guiso Mazzone ricominciò a lisciarsi i capelli. Ammutolito, osservò l’ancheggiare della donna che raggiungeva rapida l’uscita, dall’altra parte della stanza. Il suo “arrivederci” fu quasi del tutto coperto dalla botta della porta, sbattuta violentemente dietro il vestito rosso che fasciava il corpo sinuoso della vedova Meloni.
Si alzò adagio, afferrò la valigetta ventiquattrore e con calma scese le scale che portavano al piano terra. Uscì dalla pretura di Cammero verso le quattordici. Due agenti, di guardia sulla soglia, lo salutarono con allegria. Lui si allontanò senza rispondere, annuendo solo con un ripetuto movimento della testa, come un pugile suonato che, all’angolo, risponde alle raccomandazioni dell’allenatore.
Per tutto il viaggio verso Nughes, pensò che stava per vincere un’importante battaglia ma che la partita con la giovane vedova era definitivamente persa. Si concentrò sulla guida, ma dietro ogni curva della provinciale c’era l’immagine sensuale di Minerva Meloni. Altre curve, che sparivano dietro una porta.
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Rossana Carturan



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 6597
Località: Latina

Inviato: 9/5/2008, 07:25    Oggetto:  

Oh una tantum, mille grazie!!!
Devo chiederti solo una cortesia ... dovresti postare il testo anche nel settore Mercoledì testi, questo: http://www.apostrofo.com/phpBB2/viewforum.php?f=65
con il titolo e tra parentesi : Mercoledì McCall. Questo perché poi andrà nelle votazioni.
Grazie ancora, splendido come sempre!!!
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Patricia Panebianco



Iscritto: 18 Set 2005
Messaggi: 6945
Località: Acitrezza

Inviato: 11/5/2008, 17:02    Oggetto:  

Eccomi Ross, scusa il ritardo ma maggio per me non è mese per la scrittura.
La fine della scuola è un dramma e credo che questo sarà il mio ultimo "atto creativo" per molto tempo :-)

Grazie sempre.


Il mistero delle scarpe azzurre
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Nuccina



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 4210

Inviato: 11/5/2008, 17:58    Oggetto:  

Ci ho provato Ross, almeno mi scrollo dai fogli bianchi. :lol:

Grazie.


IO vorrei
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