Raimondo
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| Inviato: 23/5/2008, 16:38 Oggetto: umbratilis - Scheda Autore n. 8 |
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Scheda Autore n. 8 - "umbratilis"
Flash sulla poetica di "umbratilis"
Premesso che "umbratilis" sa far uso eccellente tanto della penna quanto del pennello, dall’insieme delle sue composizioni si profila una sorta di mosaico o affresco che è, al tempo stesso, parabola affabulatoria di quella vertiginosa giostra della vita, fatta di slanci ed angosce, di altre antinomie e dei tanti "ingredienti" di ogni favola che, come scrisse Goethe, "con tutti i suoi incantesimi / a renderla vera sono i poeti".
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Iscritto dal 2.1.2006, "umbratilis" ha pubblicato (al 16.5.2008) 456 testi, di cui 34 nel 2008. Esclusi tre post di laboratorio, uno in prosa ed uno rimosso, l’elaborazione di questa scheda si è basata su una trentina di composizioni in versi.
Può essere interessante rivisitare la romantica diatriba se lo stile sia, secondo Jean de La Fontaine, la cosa o invece, secondo Georges Louis Leclerc conte di Buffon, l’uomo stesso e assumere come "test" per risolvere il dilemma (che, al solito, è inesorabilmente... "cornuto") le poesie di un Autore che spazia su un fronte tematico molto ampio e frastagliato, con aspetti agevolmente catalogabili per tipologia di "cose" che muovono la sua penna.
Tuttavia proprio nel caso specifico un’operazione del genere rivela i suoi limiti finendo per sacrificare sull’altare dell’oggettività di analisi la personale creatività e l’approccio poetico dell’Autore che, come si vedrà, s’impongono quali che siano i contenuti di volta in volta trattati.
S’intende, con questa preliminare chiave di lettura, che sto decisamente dalla parte di Buffon; ma vediamo concretamente perché e, in particolare, il modo in cui vengono affrontate da "umbratilis" tematiche ricorrenti, comuni alla poesia odierna e d’ogni epoca.
Poiché, salvo eccezioni, ogni poeta è uomo del proprio tempo, con sguardo attento alla condizione esistenziale, ai problemi della quotidianità e della società in cui vive, anch’egli lo fa in molte liriche: dai fotogrammi di un’umanità metropolitana dolente ne "I Magnifici Quattro" dal sottotitolo "ovvero... I Matti in Città" (con un uomo bomba, una donna di cenere / col pannolone e un antennuomo / che viaggia sul motorino / travestito da ufo) agli altrettanto incisivi fotogrammi (ciascuno chiuso da una diversa pennellata di colore, a mo’ di ciliegina su ogni torta poetica) nelle sequenze di "Fata Morgana", "Fata Morgana (2)" e "Fata Morgana (3)"; il tutto icasticamente riassunto sia in "Raffinatezze e volgarità" che addita, con tono amaro e deluso dalla dominante insensibilità, un certo tipo di vita rinunciataria, priva di memoria e storia, sia in "sterbende auf der brucke" e in "Treno" (*), entrambe rese di grande efficacia dalla leva metaforica del treno che corre e va, come i giorni e le ore, senza consentirne adeguata percezione e interiorizzazione.
Di fronte all’inafferrabilità di possibili cause o rimedi dei vari aspetti più o meno laceranti della condizione umana, il poeta reagisce percorrendo diverse strade.
La prima, tutta interiore e profondamente riflessiva, lo conduce, in "Stanza segreta" e in "Crepi l’astrologo", rispettivamente fino agli archetipi di Eros e Thanatos che altro non segnano se non i limiti estremi tra l’essere e il non essere: non gli resta che prenderne atto. E, all’interno del segmento vitale-temporale, che dire sul divenire?
Altra strada, visto che la prima è senza sbocchi poeticamente soddisfacenti, è quella di nuovi riscontri oggettivi, volgendo ancora lo sguardo all’altro da sé, ma in realtà diverse da quelle usuali della quotidianità.
Ed ecco il poeta che diviene homo viator, con sicura soddisfazione per John Dewey convinto (in "Natura e condotta dell’uomo") che È meglio viaggiare che arrivare, perché il viaggiare è un continuo arrivare, mentre l’arrivo che preclude viaggi ulteriori si ottiene nel modo più semplice: andando a dormire o morendo.
E sono diverse e lontane le latitudini oggetto di réportages poetici di "umbratilis": da "Certe spiagge (Yport)", che ti riempiono / i sensi / di doni eppure sono un taglio / lungo nel cuore, a "Aigues Mortes" con solo / il rumore del vento / tra le canne / come un dormire leggero; da "Malacca bay", con Miriam / sulla tua biblica barchetta / con un carico / di grano // fradicio, a luoghi di particolare fascino come quelli evocati ne "La vedova di Fecamp" tra maree e misteri oppure ne "Il padrone di Montmartre" sulla scia di miti transilvano-parigini.
Da qui il passo è breve verso altre due strade (o forse la stessa, una individuale, l’altra collettiva): la memoria e la storia.
Gli esiti poetici del primo percorso sono particolarmente ricchi di suggestioni in: "Memoria" e in "Diminuita", entrambe rievocatrici di incanti adolescenziali; nella straordinaria "Bedda" (*), dove mi faccio vento / col cappello / e sputo / il mio languore // come una palla / di tabacco nero; in "Persico trota", dalla cospicua forza evocativa: tra fumighi e vapore / noi ci sentivamo un nulla / e i suoni / erano persi / dietro a parvenze di sirene.
L’altro percorso è quello storico, all’interno del quale è il caso di comprendere anche il "filone" delle storie di santi (e affini) ampiamente "coltivato" con intenti più o meno accentuatamente, e motivatamente, dissacratori: da "Apparizioni di S. Giorgio (10)" a "dell’osso di Sant'Oldone da Gusnate"; da "Quando piove il Papa resta in casa" a "ou va le monde?"; unica eccezione al tono disincantato delle liriche ora citate è "Breve descrittione de una mirabile machina meccanicha", che in chiusa evoca potentemente "La scala di Giobbe", una tra le più famose visioni poetiche e pittoriche di William Blake: un braccio potente / come quello di Elia / ti prende / e ti porta via // per una scala così lunga / che parrebbe un sogno.
Quanto alla storia in senso stretto, una delle composizioni muove da ricordi personali, "Lo zio è partito per l’Africa Orientale", ed è occasione per stendere un pietoso velo su storie nere di tentati imperi; questa e le altre due, "Souvenir di Crimea" e "Soldati a Stalingrado", concorrono a rafforzare il concetto montaliano (da "Satura") che La storia non è magistra / di niente che ci riguardi. / Accorgercene non serve / a farla più vera e più giusta.
Pur essendo rischioso, e comunque limitativo, trarre conclusioni generali sul percorso lirico di "umbratilis" dall’analisi dell’ultimo tratto preso in considerazione, esso consente tuttavia nel suo insieme - ricco com’è di armoniche forme che racchiudono stimolanti contenuti e spunti di riflessione - di delineare tentativamente alcune precise caratteristiche che lo contraddistinguono.
Aspetto peculiare è anzitutto lo stile, caratterizzato da attenta ricerca ed esemplare dosaggio di logos e melos (parola e musicalità) nell’esprimere il mythos ispirativo, più o meno velatamente allusivo o simbolico.
Altro aspetto di rilievo è il messaggio poetico in sé, che fa leva su una ininterrotta tensione tra pulsioni dell’io e riverberi dal mondo, grazie alla quale una miriade di variegate tessere liriche si ricompone unitariamente.
Due riferimenti sono a mio parere esemplari, a conferma di quanto appena sottolineato e della premessa che lo stile è l’uomo stesso. Uno è "Paesaggi umani" (*), perfetto mix di vita, storia, geografia, antropologia e poesia. L’altro è "Salite...", il cui incipit rende magistralmente la tensione creativa: perché è dell’arte / che ti avvolgi la pelle / e ti preme / e brucia.
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SCHEDE PRECEDENTI:
n. 1 - Virginj
n. 2 - pelmo
n. 3 - donnadautunno
n. 4 - Alex Manunta
n. 5 - tiziana pizzo
n. 6 - nazim
n. 7 - Mariella Tafuto
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(*) Testi da prendere in considerazione per la prossima antologia. |
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