Raimondo
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| Inviato: 5/6/2008, 23:25 Oggetto: tea42ndu4me - Scheda Autore n. 10 |
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Scheda Autore n. 10 - "tea42ndu4me"
Flash sulla poetica di "tea42ndu4me"
L’approccio dell’Autore è prioritariamente orientato all’introspezione, senza cedere a derive - fini a se stesse per sotteso autocompiacimento - di tipo crepuscolare o minimalista e, per di più, senza rinchiudersi in solitudine nel castello del pensiero, il cui ponte levatoio mai è levato. Anzi quanto circonda quel castello è parte integrante del "poiein": non esclusiva (come per i poeti amatoriali fotografi di rossi papaveri su verdi prati sotto un cielo blu) bensì strumentale al movente interiore e all’espressività del messaggio.
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Iscritto dal 9.10.2007, "tea42ndu4me" (d’ora in poi, per semplicità, "tea" o, ancor meglio, Matteo) ha pubblicato 64 testi, di cui 40 nel 2008 (al 2 giugno), tutte poesie; ai fini di questa scheda ne sono state considerate 35, escluse cioè quelle di laboratorio.
Il punto di vista dell’Autore sulla poesia e sulla parola appare ben delineato in alcune liriche, dalle quali è opportuno prendere le mosse. Si tratta: de "Il posto esatto delle barche" (*), metaforico "topos" dove trovo le parole / quasi che un fulmine piovesse / su un’ostrica sommersa /.../ Con una luce più luce. / Di quanto il sole possa mai / fare. / E io di te / dire.; di "I.n.c.i.p.i.t.", i cui versi esplicitano la consapevolezza che Non è sentiero, scrivere ma piuttosto un perenne viaggio / nel silenzio più sereno; consapevolezza ribadita in "Tacciono sempre le labbra che sanno di un cuore" Perché le parole più appropriate / salpano sempre da un silenzio; e ulteriormente motivando ne "La parola Amore cade sempre giù dagli occhi" che, a far levare l’ancora dal porto del silenzio, è la parola più precisa delle altre, cioè quella che veicola un’emozione, come quando È il tutto dell’Amore che ci metto / a dirtela così / caduta giù dagli occhi.
Con queste convinzioni Matteo tesse fiducioso la tela - tramata di pensieri ed emozioni in veste di parole - dipanando il suo filo poetico dagli intrichi degli sconfinati "topòi" compresi tra la finitezza palpabile dell’universo che lo circonda e l’infinità immateriale dell’universo interiore.
È lì, in quell’intimo laboratorio, che si annida, si imbozzola, il poeta-bruco dopo aver fatto il pieno di altro da sé, da cui trae sia l’energia per mutare in crisalide, sia la materia prima da trasfigurare in ali perché si levi alta la farfalla poetica.
Ed è un ciclo continuo, in una sorta di ping pong tra l’io poetante e l’altro da sé, giocato a volte su orizzonti di grande ampiezza, che coinvolgono la storia e i mali del mondo (come con "Il violinista di Auschwitz" o con "Biko" che evoca le tragedie dell’apartheid in Sud Africa), o che raggiungono limiti inesplorati sotto l’impulso della "pìetas" con "L’Anello del Pescatore".
Vista per cerchi concentrici, dai più estesi appena detti, l’onda poetica non arresta il cammino ed intercetta eventi infrangendovi le sue spume: ora cedendo a quelle lievi e delicate mosse dall’amore paterno in "Dal diario di un padre notturno" che formula auspici per chi ha Così pochi anni /.../ accompagnandoti al sogno / mentre ti accingi a vivere; ora più diffusamente veleggiando nel mare magnum dell’universo duale dell’amore, con tutto il fascino e le insidie che ogni odissea riserva a chi insegue la propria Itaca.
In effetti l’amore è il "pensiero dominante" intorno al quale ruota la maggior parte delle liriche di "tea". È un amore totalizzante i cui esiti poetici sono la dimostrazione in versi del “teorema” che Novalis enunciò (in "Frammenti", 932): Ciò che si ama lo si trova dappertutto e dappertutto si vedono somiglianze. Quanto più grande è l’amore, tanto più largo e vario è questo mondo somigliante. La mia amata è l’abbreviazione dell’universo, l’universo l’elongazione della mia amata.
Che sia questa la visione che l’Autore ne dà, lo si osserva in policrome sequenze di immagini che fanno vibrare i suoi versi. Nei frammenti di seguito riportati ecco alcune significative testimonianze sulle certezze dell’amore: in "Di quali confini si vive" con l’icastica chiusa Semplicemente confiniamo combaciando; in "Nella parte dei giorni in cui nevica" dove ti contendo al tempo /.../ fissa nel foglio eterno / che ci ha appena disegnato; in "Navigando a vista nella quiete" per poter descrivere il ritorno all’amore / sulla mappa del luogo in cui ti annidi; in "Contami fra le probabilità di amore" con gli imperativi di diventare mia aria / e mie gocce di pioggia. / E nella tua vita prendimi; infine ne "Le donne, mentre dormono" dove si profila l’originale figura dell’innamorato aruspice e semiologo perché dormendo si svelano /.../ Ciglia chiuse che dicono chi si voleva essere.
Accade poi che alle certezze subentrino amarezze e dubbi, quando (in "Tentativi di parole a una donna") Si annaspa a vanvera in uno sguardo fermo / che balena dubbi nel residuo amore; tant’è che l’amore finisce: in "Preghiera di un fuggitivo nelle nebbie amare", ne "Le rotte spezzate d’incanto" (con l’efficace immagine: Non più l’anello, ma il suo solco), fino ai necrologi precisi, attillati / di ciò che ho tentato di darti (in "Come piccinopiccino all’estremo del cuore") Perché si dorme male / sul freddo di uno specchio, ne "Il diplomatico sorridente" (*).
E subentrano i filtri della memoria, della nostalgia, del rimpianto, a modulare variamente il tono lirico: con poesie a pagare il viaggio / per entrambi ne "Il testamento di Aengus in riva a un lago notturno" ricco di echi tra Yeats e Branduardi; con la suggestione occitanica di Fuoriuscita di luce / Del mio giorno nelle "Tenui confessioni d'Amore di Bernard de Ventadour"; con l’autocritica di quell’uomo / che per la sua donna / fece piovere arcobaleni / e li bevve la pioggia in un minuto in "Istruzioni di partenza" (*); con il rammarico Ora che lei è andata / da appena un anno luce in "The Broken Angel"; con lo sgomento di non poter riportare noi e l’orologio indietro. / Come mai fossimo stati. / Come dovessimo, ancora, essere in "Foggy Bottom"; con un variegato mix di ricordi dolciamari in "Costruendo una casa", in "Air Inuit", in "Tre. Puntini. Di sospensione", in "Spittal an der Drau" e in "Learjet Tirana-Roma", tale da indurre agli esorcismi liberatori di "Amori implatonici": utile antidoto anche a quella sorta di crisi di identità che serpeggia in "Futuro. Interiore", ne "Il compagno Orlov" e si accentua in "Essere altrimenti come il mare", peraltro ammantata da straordinario lirismo.
Autore monotematico, allora? Se è vero, è anche vero che non c’è tema più ricco nelle sue sfumature, più articolato nei suoi impulsi, più coinvolgente dell’amore per chi lo vive in prima persona e sente irrefrenabile il bisogno di manifestarlo, comunicarlo, gridarlo, cantarlo al mondo intero, come l’Autore fa, esaltandosi negli attimi condivisi di felicità e raramente deprimendosi in quelli in cui l’unico legame è il ricordo talvolta venato di rimpianto. Anzi, se affiorano nostalgie, è la stessa lontananza a fare da lievito al sentimento che sopravvive.
Tutto questo però non porta, come molto spesso accade, ad esaltazioni che deprimono la "resa" poetica di quel sentimento perché Matteo è attento nel dosare l’impeto sorgivo e nell’incanalare passione e desiderio entro argini tali da placarli, trasfigurando il ribollente crogiolo emozionale in aura struggente, soffusa di delicatezza, persino di commozione.
D’altra parte il risultato è da intendere come nota di merito per la poesia, in quanto è "sganciata" dal puro autobiografismo (che di per sé non va al di là di un ambito molto personale) ed offre ai lettori opportuni varchi o spazi di condivisione: un buon uso di leve allusive-evocative accresce le probabilità che chi legge una lirica sfrondata di riferimenti esclusivi vi trovi anche un po’ di sé o di esperienze analoghe a quelle di chi scrive e quindi ne condivida il movente emozionale. Allora, sì, il messaggio del poeta coglie nel segno.
Se, in definitiva, l’Autore traccia l’itinerario di un amore vissuto intensamente e perduto amaramente, la caduta non è uno schianto. È solo una parentesi di vita che si chiude, da accantonare negli intrichi della memoria, alla maniera di Emily Dickinson (da "Silenzi", 341): Questa è l’ora di piombo - / che ricorda chi sopravvive, / come gli assiderati, la neve - / Dapprima una sensazione di freddo - poi lo stupore - / Infine la resa. Ammesso che sia una resa alla vicenda, quello che qui conta è che sia una resa alla poesia.
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SCHEDE PRECEDENTI:
n. 1 - Virginj
n. 2 - pelmo
n. 3 - donnadautunno
n. 4 - Alex Manunta
n. 5 - tiziana pizzo
n. 6 - nazim
n. 7 - Mariella Tafuto
n. 8 - umbratilis
n. 9 - raffaela ruju
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(*) Testi da prendere in considerazione per la prossima antologia. |
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