Raimondo
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| Inviato: 19/6/2008, 23:36 Oggetto: OssoDiSeppia - Scheda Autore n. 12 |
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Scheda Autore n. 12 - "OssoDiSeppia"
Flash sulla poetica di "OssoSiSeppia"
Tratto saliente è un ben dosato "mix" di spinta introspezione e costante interazione dell’io con l’altro da sé, i cui esiti sono tanto più da apprezzare in quanto denotano la capacità dell’Autore di destreggiarsi lungo un crinale dai precari equilibri, evitando i due rischiosi versanti: da un lato l’intimismo fine a se stesso - che minimizza o azzera le potenzialità di condivisione da parte del lettore - e dall’altro l’oleografia dell’alterità ridotta, così, a "dèjà vu" anche per il minimo comune lettore. Non è il caso di OssoDiSeppia, nei cui versi la presenza del mondo esterno è funzionale alle pulsioni interiori, con la natura e la quotidianità rese fedeli interpreti dei moti dell’animo, veicolati da una parola a sua volta fedele portavoce.
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Iscritto il 24.8.2006, OssoDiSeppia ha pubblicato 256 testi di cui 12 nel 2008 (al 16 giugno). Tra questi ultimi c’è un brano in prosa (qui non incluso) e un resoconto sul Premio "Mario Luzi" in cui l’Autore ha ottenuto il terzo posto con le tre poesie che, riportate in altro post, fanno salire a una quindicina le composizioni considerate per questa scheda.
Credo valga la pena di dare inizio all’excursus tra le composizioni dell’Autore proprio con il "trittico" di poesie che gli hanno valso il Premio Luzi. Sono nel post "Un grazie" e dànno un’idea precisa dell’approccio che segue: quando, in "Al risveglio" vede che dopo il silenzio / il rosso del melograno riaffiora trovandosi a suo agio nelle vesti di cacciatore ai bordi del buio; o se, in "Novembre", accade che stasera la nebbia tarda / ad asciugarsi, a dire chi siamo / dall'altra parte della finestra; o infine quando, in "Credi"(*) - titolo quanto mai azzeccato, trattandosi del suo "credo" poetico) -, si interroga con quali sensi / posso spiegare quella luce /.../ per avere un ritorno / una fatica nuova da dire.
È evidente la serie di spinte interiori, intense, determinate, sempre presenti nelle sue liriche e in queste tre particolarmente incisive: osservare con attenzione gli eventi, tentare di decifrarli, cercare delle risposte a domande per le quali non è detto che se ne trovino, non arrendersi né tentare vie di fuga che equivarrebbero alla resa e sondare itinerari percorribili verso possibili approdi.
Così l’Autore, "armato" di questa primaria convergenza tra poesia e gnosi, si inoltra nella quotidianità ma non la subisce passivamente. Anzi ne scorre i dettagli pronto a scandagliare segnali, per deboli che siano, in grado di dare lumi sull’uomo, sul tempo, sulla vita: come in "Passeggeri", dove due occasioni che potrebbero passare inosservate (mi siede dinnanzi un bimbo / col suo gioco dentro le mani e, subito dopo, Mi coglie, nel finestrino, / il profilo limpido di una ragazza) inducono a riflessioni che vanno ben al di là dei quotidiani brusii o clamori, avvertendo sotto la palpebra, / come una dolce ferita da cieco. // Forse è questo - penso - / il colore prima del tempo; oppure, con pari incisività, ne "L’ultimo passeggero" quando Capita spesso di incontrarsi / nel vetro dell’autobus, / l’ultimo della sera e tanto basta perché così ti fermi nell’ora del guado / senza sapere se poi quelli del mattino / si possano risvegliare / senza precipitare nel vuoto.
Se alla tensione poetica basta poco per attivarsi "in diretta" di fronte all’accadimento che colpisce, cresce ancor più quando l’Autore percorre i sentieri della memoria e/o di un sentimento primigenio come l’amore. Da questo punto di vista sono esemplari alcune composizioni quali: "Ipnagogie" in cui l’onda del ricordo produce risonanze sinestetiche in questa veglia di lune diurne mentre Tu parli piano e sorridi appena / come un brivido viola di lillà; oppure nel tratteggiare il sapore dolceamaro del rimpianto sia in "P.L." (che mostra lo stridore di questo tempo d'acqua / come grilli attaccati alla rete rispetto a quando L'estate moriva ormai), sia in "Mezz’ora" con fotogrammi (delle volte che scendevo a trovarti quando tutto era lì / come sempre / il mare appena di lato / niente ancora era diverso ) che sono soprattutto paesaggi dell’anima.
Varcate senza esito le soglie memoriali, lo sguardo e la mente inevitabilmente volgono al tempo. Sono motivazioni particolarmente avvertite: "Futuro presente" che dà atto della valenza della memoria quando lascia tracce delle cose che finiscono perché Sarà di certo a casa /.../ il tempo / dolce nelle vene; in "Anaciclosi" dove matura la convinzione che Non serve credere nel tempo / che tutto il mondo fugga da un punto / se ti sento ricrescere nell'ombra.
E l’attenzione torna alla poesia, intesa, però, non più come gnosi tra i ruderi del passato, ma come ricerca attiva, continua e viva nel mondo e nell’io, con "Potrei varcare i tuoi occhi nell’ombra", che esalta il fuoco bianco / prima della forma /.../ il punto della luce dove appari / con un viso dai fondali del tempo e, in maggiore misura, con "Millimetri luce" (*) in una pregevole visione onirica: dalle persiane / rompono i primi picchi del giorno / E tu mi sei ancora accanto. / Tu che non ti svegli, dormi in silenzio / dentro quella notte che non conosco.
Dove ritengo che l’Autore abbia saputo esprimere al meglio i propri convincimenti sul ruolo della poesia è nei versi di "No Stop" (*), che merita di essere qui riportata con una personale premessa.
Mi piace evocare (perché mi è stata evocata proprio da questa lirica) la stagione breve del simbolismo, nata a fine ’800 e sviluppatasi come opposizione al positivismo ed al naturalismo allora imperanti. Avverto nel "poiein" di OssoDiSeppia una sorta di metasimbolismo, che va effettivamente al di là ed è testimonianza di rivincita della natura come proiezione dell’io, soprattutto in:
"No Stop"
E da dove proviene questa mano
che mi scuote dal sonno
riaffiora, sparisce d'un tratto.
L'autostrada del sole mi sorprende
al risveglio, su un vecchio sedile
in viaggio da anni.
Ma la tua ombra sulla casa
mi attende, adesso che il buio è pieno
e confonde le sagome dei campi
come fossero il mare.
Solo le luci dei borghi
hanno cominciato ad allungarsi
nel tempo che le separa dal cielo.
Vediamo infine a chi, secondo me, potrebbe rivolgersi l’Autore. Forse ad Epicuro o a Lucrezio cui rivendica di preservargli il proprio klinàmen interiore (questa mano / che mi scuote dal sonno) che lo dissoci sia dalla staticità dell’essere (un vecchio sedile / in viaggio da anni), sia dalla circolarità/ciclicità del divenire di lungo periodo (l’icastico "No Stop" dello stesso titolo).
È anche possibile ipotizzare altri interlocutori: forse Leibnitz, di cui invoca l’intervento a favore della propria monade che - si sa - è, per definizione, il migliore dei mondi possibili, preservandola da alterità sgradite quando la tua ombra sulla casa / mi attende; ma, se quell’ombra fosse autogenerata, potrebbe trattarsi di Jung: dell’ombra junghiana indizio di conflittualità interiore tra il sé e l’inconscio quale parte viva della personalità mossa dall’istanza di emergere ed esistere.
Che il quesito sia risolvibile o meno, poco importa. Credo importi di più che i versi inducano effetti di risonanza – o, se si vuole – di interattività tra autore e lettore nell’affascinante sistema rice-trasmittente che la poesia autentica fa funzionare.
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SCHEDE PRECEDENTI:
n. 1 - Virginj
n. 2 - pelmo
n. 3 - donnadautunno
n. 4 - Alex Manunta
n. 5 - tiziana pizzo
n. 6 - nazim
n. 7 - Mariella Tafuto
n. 8 - umbratilis
n. 9 - raffaela ruju
n. 10 - tea42ndu4me
n. 11 - AnnaR.
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(*) Testi da prendere in considerazione per la prossima antologia. |
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