frangipane
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| Inviato: 3/8/2008, 17:32 Oggetto: Jack Folla |
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Questo è un copia-incolla che ho letto sul blog di Cugia. Pubblicherà su l'Unità il martedì, giovedì. sabato. Titolo del suo spazio: Fuoco e fiamme, dalla sua nuova postazione petrolifera Rospo Atlantico Uno: Jack Folla. Non credo di sbagliare a pubblicarlo, credo anzi che gli possa fare piacere...
""JACK FOLLA È VIVO E GUARDA IL MONDO""
Jack Folla, oggi cinquantenne, vive sulla piattaforma petrolifera Rospo Atlantico Uno situata all%u2019imbocco dello stretto di Gibilterra, dove il Mediterraneo si scontra con l%u2019oceano Atlantico. Venti miglia a sinistra Jack vede la Spagna e l%u2019Europa. Venti miglia a destra, il Marocco e l%u2019Africa. Completamente solo, è collegato con il mondo via Internet. Rospo Atlantico Uno ha ancora petrolio per rifornire 12 petroliere, una al mese per un anno, durata del suo contratto con la compagnia petrolifera algerina Staroil. Sulla torre, un faro per segnalare la presenza del Rospo ai mercantili. Per accendere il faro ogni notte e aprire un rubinetto di petrolio una volta al mese, l%u2019ex detenuto di Alcatraz percepisce 167.532,956 dinari algerini, pari a 1690 euro mensili. Il resto del giorno pesca, legge i classici, scrive %u201CFuoco e fiamme" per l%u2019Unità in cui osserva il suo ex paese, l%u2019Italia, da questa singolare prospettiva
Dal primo capitolo di "Fuoco e fiamme", su l%u2019Unità del 2 agosto 2008
11:00. Sessantasei giorni fa, prima di salire a Ceuta sulla Portacontainer algerina El-Kseur che mi ha dato un passaggio fino al Rospo Uno, prima di chiudermi nell%u2019Atlantico come ad Alcatraz, ho salutato quattro amici: a Nairobi, Roma, Milano. L%u2019ultimo è stato Henry Paymon, a Gibilterra, un cassiere di Casinò che i giocatori chiamano Re di Cuori, perché presta non a strozzo e a volte dona i propri dollari agli irriducibili delle slot machine. Re di cuori è un giocatore redento, un ex compulsivo che oggi, ogni tre parole, ti dice No problem. Dopo cinque minuti di chiacchiere Henry ha già ficcato cinquanta volte No problem in qualunque argomento, dalla politica estera invasiva di Bush fino alle file per il pane degli egiziani esasperati davanti alle panetterie del Cairo. È un uomo di colore con gli occhi azzurri. Li guardi e ti passa la paura. Non è superficialità la sua, ma ottimismo universale. E se qualcosa, delle sue profezie bonarie, proprio non torna, No problem parte lui a sistemarla di persona, nei limiti umani del possibile, ovvio. Quando gli ho accennato della carestia al Cairo, mi sono dovuto affrettare a cambiare argomento. Re di cuori stava già calcolando quante pagnotte avrebbe potuto distribuire personalmente, con i suoi risparmi, davanti a un fornaio egiziano preso d%u2019assalto da madri di famiglia esasperate dalla carestia globale. C'è gente fatta così, rara ma c'è. Occorre versare loro l%u2019acqua come ai fiori, portare queste preziose creature alla luce della società, in giro c'è una marea di stronzi da far paura, il Terzo Millennio è l%u2019era dello stronzo globale. Ed è proprio così; poi al primo piano di un lussuoso e strepitante Casinò di Gibilterra, scopri un cassiere Francesco d%u2019Assisi. La vita di oggi è buffa e meravigliosa. Imperdibile. Però bisogna giocarci fino a rischiare di perdere tutto, altrimenti non ti esce niente.
A Nairobi, nella discarica più puzzolente della terra, cresce il fiore profumato di padre Paolo, altra pietra miliare del mio %u201Csendero luminoso" che tutti noi dovremmo rintracciare in solitudine per poi riunirci nella grande strada. Parlo del mio piccolo esercito rivoluzionario di amici schierati contro le orde degli uomini grigi, la feccia che si è riversata dalle fogne e sta appestando il mondo.
Padre Paolo ha quaranta anni, è un operaio della fede, un comboniano che pratica Cristo, vive da tre anni nella baraccopoli più disgustosa di Nairobi, catapecchie immerse nell%u2019immensa discarica della città, dice messa nell%u2019immondizia, ha nostalgia dell%u2019Italia e dei suoi: «Ma i bambini della colla hanno bisogno di me.» Sono migliaia di orfani da strada, sniffano colla per sopportare il tanfo della spazzatura dove rovistano per mangiare. Paolo mi ha detto: «Dammi forza per resistere», ci siamo abbracciati, gli ho confessato: «Sei la parte buona di me, la mia prolunga in Africa, io scrivo ma tu fai». Già, lui fa, e la Chiesa che gli fa? Lo boicotta. Non gli riconoscono la parrocchia nella baraccopoli, salvo che prima non si fabbrichi una bella chiesa, un fortino di cemento armato fra le lamiere ondulate dove si riparano i miserabili. Non sta bene, gli hanno pontificato da Roma, che tu non possieda una macchina con autista e una casa pulita. Padre Paolo si rifiuta, perché vuole vivere nelle stesse condizioni dei disperati della bidonville, altrimenti che amore è, quale esempio dai? E la Chiesa non gli riconosce la parrocchia, alla faccia del Cristo degli umili. Io sono un ateo irriducibile ma amo contraddirmi, perché è un esercizio spirituale laico e poi a prendersi troppo sul serio e non contraddirsi mai si diventa stronzi in quattro e quattr%u2019otto. Così gli ho chiesto di benedirmi. Mi ha imposto le mani sulla testa con una dolcezza infinita: «Con l%u2019amore di tutti i bambini di Nairobi» ha sussurrato.
Da Nairobi a Roma, dove ho salutato Irene, una ragazzina di Gela cresciuta a pane e Alcatraz. «Mi hai insegnato a pensare e osare» ha detto, però mi vorrebbe più incazzato di così. Le ho risposto che d%u2019incazzati ne abbiamo piene le ceste, altra cosa dieci anni fa, quando parlavo alla radio italiana dal braccio della morte, in un silenzio assoluto. Adesso c'è bisogno di una grande opera d%u2019amore per opporsi a tutto il nero che hanno spalmato in Italia. Incazzarsi è ridicolo, ci vuole la ferocia dell%u2019amore per far riprecipitare nel pozzo questa feccia umana. Ci hanno ridotti a scialacquare l%u2019esistenza parlando solo e soltanto di soldi. Noi, che d%u2019idee, valori e progetti ne avevamo a bizzeffe, schiacciati dal loro unico argomento. Una popolazione che emula un Creso è destinata a rimbecillirsi. La sinistra non capisce che più gli lancia palle di fango, più Creso le trasforma in oro, e se lo incamera. A questo gioco a perdere mi sono stufato. Non puoi giocare a ping pong con un cinese, devi costringerlo a giocare a calcio. Poi a me di quell%u2019altro guitto di Ponte di Legno che ficca un dito nel culo all%u2019inno di Mameli, cosa vuoi che sbatta? Non bisogna farsi irretire da questi show da saltimbanchi, ci vuole compassione. Nei libri di storia non ne resterà una riga. Di ragazzi col tricolore che perfino il Papa fece giustiziare da Mastro Titta, invece, la storia d%u2019Italia è farcita. Francamente, di là da ogni retorica risorgimentale, ce l%u2019avevano assai più duro loro che sono morti gridando viva l%u2019Italia, e senza nulla in cambio. Capisco che, visto il risultato, oggi possa far ridere, quel che non capisco è come non ci si scompisci a viva la padania libera.
Da ultimo, prima di salpare sull%u2019El-Kseur, sono andato a salutare una mia amica giornalista sarda a Milano. È una free-lance non in tacchi a spillo. Si è macerata le suole facendo reportage da tutto il mondo per quei periodici milanesi zeppi di pubblicità per berluscones. Quelle pubblicità di moda e oggettistica da milionari mi fanno sempre venire in mente la battuta inedita di Luchino Visconti dopo aver assistito a %u201CLa dolce vita" di Fellini. «Quella è la nobiltà vista dal mio cameriere.» Sui magazine, uguale. Valeria si è fatta l%u2019Asia, l%u2019Oceania, la Terra del Fuoco, sempre sola, col portatile e la macchina fotografica in spalla. Prima le rimborsavano il viaggio e le pagavano il servizio. Poi niente più viaggio, e lei si è industriata con i consolati e le aziende di soggiorno che, per il ritorno di pubblicità indiretto, le pagavano il biglietto. Adesso per quindici giorni di lavoro negli angoli più remoti della terra, le redazioni milanesi pagano uno dei suoi servizi come un redazionale qualunque, scritto con i piedi da una velina degli inserti cellofanati, che bivacca a Via Solferino o a Segrate sentendosi Anaïs Nin (ma non sa chi era), e ciacolando al cellulare come un%u2019oca. La mia amica è una nota firma, scrive divinamente, è una fotografa di razza, ha intelligenza e cuore. Non la dà, non perché non gliela chiedano, oltretutto è pure carina, ma perché le marchette con lo scrivere fanno a pugni. Non sa come arrivare alla fine del mese, davvero, mentre un finto invalido di guerra qualsiasi parcheggia nello spazio giallo per handicappati in via Monte Napoleone, si prende l%u2019aperitivo da Cova e cincischia di fronte alla vetrina di Cartier. C'è qualcosa in questo paese che profondamente non va o sbaglio? Queste giovani personalità luminose che stanno marcendo, e non hanno dietro sindacato, confederazioni, sit-in, proteste, libri bianchi, piazze, che non si chiamano Guzzanti o Grillo, ma esibiscono un curriculum e un%u2019esperienza da far invidia, e una partita Iva da far tenerezza, lo sapete che stanno finendo ai margini o no? Sono le migliori intelligenze, l%u2019Italia le tratta da spazzatura. Io non so se nel piano di Castiglion Fibocchi della P2 ci fosse tracciato questo, ma sono certo che un paese emendato dall%u2019intelligenza, dalla diversità, dalla creatività, e dalle donne in gamba, per dei mediocri al potere sarà sempre più controllabile.
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George Orwell, da Looking Back on the Civil War: %u201CUn mondo da incubo, in cui il Capo o la cricca al potere controllano non solo il futuro ma il passato. Se il Capo dice di questo o quest%u2019altro fatto «Non è mai accaduto», bene, non è mai accaduto.%u201D
Jack Folla |
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