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Treccani (mercoledì Kureishi)
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Autore Messaggio
maurizio



Iscritto: 27 Apr 2008
Messaggi: 370
Località: roma

Inviato: 17/10/2008, 20:31    Oggetto: Treccani (mercoledì Kureishi)  

Treccani


L’Osteria dei Volsci non chiudeva mai per ferie, neanche a Ferragosto. Non avrebbe potuto abbandonare i suoi avventori, abbassare quella serranda sarebbe stato come abbandonare un cane sull’autostrada, un gesto di crudeltà prima ancora che incivile.
Il gestore lo sapeva bene, era cresciuto tra quelle mura chiazzate e affumicate portando ai tavoli i piatti che la madre preparava nel minuscolo cucinino sul retro.
Piatti freddi, nulla di pretenzioso, tonno con cannellini, insalate miste, olive, taglieri di formaggi e salumi vari, ma il vino servito nelle brocchetta di coccio per mantenere la temperatura era di quello buono.
Il giovane era cresciuto e morta la madre continuò con naturalezza a fare quello che aveva sempre fatto, tenere aperta l’osteria per tutti quei clienti che non se la sentiva di abbandonare nemmeno per un giorno.
Sveltina schiacciò l’ennesimo mozzicone di sigaretta nel piatto dove dei cannellini erano rimaste solo vaghe chiazze di olio – quello buono – nelle quali inzuppare spegnendole, le sigarette.
Aveva deciso, stasera avrebbe abbordato Treccani.
Lo chiamavano tutti così – chissà qual’era il suo vero nome – cinquant’anni distribuiti tra membra magre e rughe profonde, il viso appuntito, l’occhio vivace e una corrente elettrica che gli attraversava la faccia facendogli mordicchiare in continuazione il labbro inferiore rendevano la somiglianza con un criceto completa.
Sedeva allo stesso tavolo d’angolo da sempre e da allora nessuno l’aveva mai visto mangiare qualcosa, scolava la sua brocchetta di vino rosso immergendo nel bicchiere il suo viso da roditore senza smettere di lanciare sguardi apprensivi intorno a se.
C’era sempre qualcuno seduto al suo tavolo, e lui conduceva immancabilmente la conversazione, gli interlocutori si limitavano ad interromperlo ogni tanto quando non capivano qualcosa o quando volevano approfondire un concetto.
Treccani meritava ampiamente il soprannome, sapeva tutto e di tutto padroneggiando lo scibile umano, non c’era materia scientifica o epoca letteraria che avesse segreti per lui, ti intratteneva sui flussi migratori dei delfini come sulla nascita del romanzo epico in Francia, conosceva le abitudini e le perversioni sessuali dei millepiedi come i tempi di rivoluzione dei satelliti di Giove, gli amori di Nancy Brilli e l’andamento delle quotazioni del rame cileno.
Sveltina raccolse il coraggio, si alzò dal suo tavolo e si diresse a quello di Treccani, voleva conoscerlo meglio e glielo disse così, apertamente.
L’uomo la guardò con i suoi occhi agitati, i denti affondati nel labbro inferiore, non era certo il tipo di uomo con il quale Sveltina potesse cercare un’avventura, ma si calò nella parte di maschio provocato e sfacciatamente le rispose
-Domani sera, a casa mia, abito più avanti, al 37-
Prendere o lasciare . Sveltina prese e si accendevano i lampioni a San Lorenzo quando suonò al citofono di lui con una bottiglia in mano e una vaga eccitazione sotto la pelle.
La fece entrare e prima di vedere la casa Sveltina la sentì: sentì l’odore di carta, di stampa, di cuoio e pelle, di inchiostro e cellulosa sembrava di essere entrata nel magazzino di una libreria, e così era in effetti.
Le pareti erano invisibili, scaffali traboccanti di libri da terra al soffitto ne impedivano la vista, davanti agli scaffali pile di libri partivano dal pavimento e raggiungevano altezze pericolose per l’incolumità di chi si fosse trovato a passare loro vicino.
Le stanze erano indistinguibili, si avanzava in corridoi ricavati tra pareti di riviste, montagne di cataloghi, tramezzi di enciclopedie, l’uomo sollevò svariate manciate di periodici polacchi e da sotto emerse incredibilmente un divano dove fece cenno a Sveltina di sedersi.
La giovane ancora frastornata si ritrovò sopra un cuscino appiattito dal peso della carta stampata che abitualmente doveva sopportare, un gatto che le era prontamente saltato in grembo e un altro si strusciava sulle caviglie “e questo dovrebbe risolvere il problema dei topi” pensò.
- Non ho mai visto tanti libri tutti insieme dentro una casa-
si sentì in dovere di commentare insultandosi contemporaneamente per la banalità dell’osservazione. Vabbè, andiamo fino in fondo
- E li ha letti tutti?-
Lui aveva stappato la bottiglia con un cavatappi miracolosamente apparso tra due ponderosi tomi che componevano la “ Teoretica dell’illusione umana” e stava riempiendo due bicchieri che Sveltina non ebbe il coraggio di chiedersi da dove fossero saltati fuori.
Le porse il bicchiere fissandola e scandì quasi sillabando
- Io non so leggere –
Le era già capitato di trovarsi in difficoltà da sola nell’appartamento di un uomo, ma stavolta il disagio in cui l’aveva messa non era affrontabile con le solite armi. Pensò di alzarsi e andarsene, ma ci aveva messo tanto a trovare il coraggio di abbordarlo e non voleva arrendersi alla delusione di trovarsi davanti semplicemente un matto
Respirò profondamente e controllando abilmente il tono della voce chiese
- Ma allora…tutti questi libri…-
- Li mangio –
Rispose con la naturalezza che si esibisce parlando del vaso di petunie in balcone
Lei si alzò di scatto, venire in questo deposito polveroso e farsi prendere per il culo da quel mezzo sorcio era troppo, ma la mano di lui le afferrò l’avambraccio e puntandole in faccia gli occhietti febbricitanti
- No aspetta, è così; giuro non ti prendo in giro guarda tu stessa –
Afferrò febbrilmente qualche libro qua e là a casaccio e li aprì sfogliandoli sotto lo sguardo diffidente delle ragazza
In effetti erano chiari nei libri i segni di pagine strappate, Sveltina ne raccolse altri, controllò anche le riviste, in tutte mancavano delle pagine, ma questo poteva essere un indizio, non una prova.
L’uomo sembrò leggerle nel pensiero e si affrettò ad estrarre una cartellina rossa da uno scaffale – ma come faceva ad orientarsi in quella confusione – pensò la ragazza – poi le apparve la visione fugace delle propria camera da letto e concluse che non aveva titolo per porre la questione.
Dalla cartellina uscirono fuori certificati medici, cartelle cliniche e diversi articoli di giornale e riviste ingiallite dagli anni; l’uomo gliele porse e lei li scorse con delicatezza per paura che le si sbriciolassero fra le dita.
Si soffermò su una cronaca del Messaggero che descriveva una curiosa anomalia metabolica di cui soffriva un certo Michele Sorcetti – no, dimmi che non è vero, ma lo sai come suona in inglese? – che costringeva il malcapitato a cibarsi di cellulosa e inchiostro, insomma di carta stampata.
Posò l’articolo e scrutò l’uomo che la fissava con un topesco sorrisetto imbarazzato, no, non era uno scherzo, tornò a sedersi sul divano guardandolo con un’espressione di attesa
Lui non si fece pregare
- Avevo circa quattro anni quando questa beffa della natura ha cominciato a manifestarsi; provavo un’attrazione, una voglia di masticare la carta dei libri di favole che mio padre mi leggeva la sera per farmi addormentare, dicono che sia normale nell’infanzia assaggiare un po’ di tutto, ma per me è stato diverso.
Iniziai a strappare gli angoli delle pagine, poi pezzi sempre più grandi, arrivai rapidamente alle intere pagine e la cosa che sconvolse i miei genitori era che assimilavo il contenuto di quello che mangiavo, ero in grado di ripetere per filo e per segno tutto quello che mangiavo.
Mi portarono da ogni specialista che ti possa venire in mente, perfino da un correttore di bozze, ma nessuno ci capì niente.
L’unica cosa chiara era che quella era la sola alimentazione che accettavo e che mi faceva crescere normalmente, Provarono a togliermela ma deperivo rapidamente rifiutando qualunque altro cibo, semplicemente lo vomitavo subito e mi provocava fortissimi mal di pancia.
Non ti dico i problemi a scuola, gli altri bambini leggevano e studiavano, io mangiavo e assimilavo. Ed è per questo che ti dicevo che non so leggere, non mi è mai servito imparare e poi – aggiunse con tono lussurioso – non sarei capace di stare ore davanti a un bocconcino senza assaggiarlo. Per strada i miei coetanei si fermavano frignando davanti alle pasticcerie, io mi incollavo sognante davanti alle librerie e le tipografie mi facevano venire l’acquolina in bocca; l’odore della colla e del cartone da rilegatore mi saturavano i recettori del piacere, un segnalibro era il mio lecca-lecca preferito.
Crescendo affinai i gusti e divenni selettivo nei menù: al mattino un frullato nutriente e energetico a base di Gazzetta dello Sport e Repubblica, a pranzo mi tenevo leggero con riviste di agronomia e pubblicazioni new-age.
La cena poteva essere importante e allora attaccavo i classici britannici, Joyce e Shakespeare in testa, oppure raffinata e i francesi su questo sono imbattibili: Diderot, Maupassant, per non parlare di Dumas padre.
Le serate languide mi vedevano sbocconcellare lacrimosi Prévert o intensi Baudelaire, d’estate sulla spiaggia mangiavo distrattamente La Settimana Enigmistica, come tutti.
Anche la dispensa è stata organizzata per soddisfare le mie esigenze più ricercate: i tascabili economici per gli spuntini di metà mattina, a volte la domenica mi concedo qualche nuova edizione appena arrivata in libreria, fragrante e fresca di stampa con quel profumo particolare che va perdendo nei giorni successivi. Per le occasioni particolari vado nello scaffale delle edizioni rare, dei libri antichi che mi procura un amico rigattiere, a volte la digestione risulta rallentata, ma devo dire che quelle rilegature sono davvero uniche!-
Il racconto si interruppe e le ultime parole di Michele vagarono nella stanza posandosi infine sui mucchi di pubblicazioni impilate mettendone a repentaglio la stabilità fisica.
Quella mentale di Sveltina era già stata messa a dura prova, ma la giovane, con l’incoscienza della sua età, affrontò un punto che l’istinto le diceva sarebbe stato molto pericoloso
- E per vivere, per comprarti tutti questi libri, pardon questo cibo, che fai?-
L’espressione di Michele la fece pentire della domanda e capire che l’istinto non l’aveva tradita
- Sei sicura di volerlo sapere?-
Lei annuì gravemente, ormai era entrata nel labirinto della follia e tanto valeva conoscerne tutti i corridoi.
Michele si alzò, la condusse in fondo alla stanza e aprì una porta scansandosi per far passare Sveltina
La stanza era clamorosamente diversa dal resto della casa, non c’era traccia di libri ed era o era stata un bagno. Ne aveva tutte o quasi le caratteristiche: un lavandino sormontato da uno specchio rococò, un’elegante vasca rotonda in un angolo, mancavano un paio di elementi che solitamente caratterizzano queste sale, insomma non c’erano nè tazza nè bidet.
Per terra al loro posto c’era un foglio di giornale formato tabloid completamente bianco.
- Tu lavori qui?-
Il viso di Michele tentò un sorriso che non ne migliorò l’aspetto, lasciò perdere e annuì con il capo.
- Ecco vedi - spiegò – il mio metabolismo particolare produce delle scorie, dei rifiuti relativi al tipo di alimentazione speciale che introduco nel mio organismo-
Lei non capiva e ciò non sorprese Michele che continuò
- Bè insomma, io elimino frasi, concetti, commenti, elzeviri, completi di punteggiatura e impaginazione, quando ho bisogno di evacuare mi accovaccio lì- e indicò il foglio bianco di giornale- e riempio la pagina con le mie deiezioni, in pratica colmo con i miei rifiuti quelle pagine bianche che alla fine, quando mi rialzo, sono pronte con tanto di titoli e fotografie per essere copiate e distribuite.
Sveltina recuperò il mento che puntava verso il petto e richiuse la bocca quel tanto necessario a formulare la domanda
- E ti pagano per questo? Voglio dire..chi comprerebbe mai...insomma chi sono i tuoi clienti?-
- Oh, tu non immagini nemmeno quanti direttori di giornale si ritrovano così i loro quotidiani già pronti per la diffusione.
Non penserai mica che quelle merdate che ti fanno leggere le scrivano veramente dei giornalisti?-
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Rossana Carturan



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 6597
Località: Latina

Inviato: 18/10/2008, 07:15    Oggetto:  

Con il sorriso, e quel pizzico giusto di follia ironica, racconti sempre verità non tanto ai limiti.
Grazie, Maurizio
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Principepazzo



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 9082

Inviato: 18/10/2008, 09:06    Oggetto:  

Paradossalmente attendibile
Sto pensando però che ci vorrebbe un Michele che divori le parole scritte sul WEB

ps
verissima la descrizione dell'osteria di Via de' Volsci
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Angelo Tozzi



Iscritto: 11 Feb 2008
Messaggi: 1294
Località: Latina

Inviato: 18/10/2008, 09:35    Oggetto:  

Fantasia a go-go.
Leggendo i giornali, il dubbio mi è sempre venuto.

=D>
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