Fabio Mazza
Iscritto: 27 Ott 2008
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| Inviato: 28/10/2008, 16:53 Oggetto: NATALE LIQUIDO |
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Dorotea s%u2019era fatta viva dopo sei mesi.
In realtà i ricordi non erano mai andati via. È solo che con il tempo ti ci abitui. Ci convivi. E fanno meno male.
Aveva saputo che non me la passavo per niente bene. Si sentiva in colpa. Doveva essere passata di sera. Rimanere giù, davanti al cancello. Vedere la mia finestra con la luce ancora accesa. Vedere la mia ombra dietro la tenda. Aspettare. Non sapere cosa fare. Piangere, forse. Aprire la sua borsa. Strappare una pagina dall%u2019agenda che le avevo regalato un anno prima. Scrivere quelle frasi%u2026
La conoscevo abbastanza bene da essere certo che le cose erano andate così.
Avevo letto quel biglietto il mattino seguente: mi augurava un Natale sereno; mi augurava il meglio della vita.
Mi conosceva abbastanza bene da sapere che per me non esisteva nessun Natale, da sapere che era lei il meglio: continuava a regnare dentro di me, dentro quel brandello di essere che mi era rimasto.
Sovrana indiscussa. Eterna.
Frasi. Frasi scritte così, di getto, quasi a suggellare un amore morto ormai da tempo, un affetto che rimane, ma che non serve a nessuno. Deleterio per entrambi.
Scesi le scale di corsa, con tutta la rabbia che avevo in corpo.
E l'odio.
Il destino si divertì a mescolare le carte conducendo un frate proprio sotto casa mia. Era giovane, bello, e mi dava ai nervi: perché detestavo i religiosi di bell'aspetto. Ho sempre pensato che nascondessero un problema d'identità sessuale. E se per caso non fosse stato così, se avesse creduto realmente nell'abito che indossava, allora tanto peggio: un uomo di fede era l'ultima persona che volessi incontrare. In quel momento rappresentava il fallimento di Dio. Alla fede preferivo la logica degli antichi greci, il sillogismo del vecchio Aristotele.
Dio è Amore?
L'Amore ha fallito.
Dio è un fallito.
Il frate stava di fronte all'ingresso, sul marciapiede opposto. Parlava con una famiglia: padre, madre, bambina di circa sei anni. Tutti felici. Lui per primo. Aveva la barba rossiccia e gli occhi azzurri. Lo sguardo sereno. La pace che non avevo mai avuto. Provai invidia. Un odio infinito. E così lo uccisi. Lo uccisi.
Alzò lo sguardo su di me. Pace contro odio: <<buon giorno, e buon Natale anche a lei!>>
<<Vattene, frate; oggi non è nato nessun bambino.>>
Lo ferii senza pietà. Un colpo secco. Inaspettato.
Il nemico incassò; il suo sguardo perse la serenità dell%u2019istante precedente. Nei suoi occhi ora c%u2019era soltanto dolore. E provai piacere.
Il frate cercò sostegno e conforto nella bambina che aveva di fronte. La prese in braccio: <<è nato, invece. Oggi un bambino è nato.>>
I genitori della bimba fecero dei commenti. Non li ascoltai e accelerai il passo.
Girai senza meta per il mio quartiere, schifato degli addobbi natalizi e assalito da un imperioso per quanto represso desiderio di prendere a calci nel culo ogni Babbo Natale che avessi incontrato. Mi lasciai sopraffare dai pensieri.
Stavano per arrivare tempi duri: proseguire su quella strada significava dire addio alle mura domestiche. La cosa non mi faceva paura; anzi, m'inerpicai per quel sentiero con l'indolenza di un adolescente. Ero aperto a tutto; cliniche psichiatriche, gattabuia. La strada...
La lettera di licenziamento era arrivata puntuale, così come quella della liquidazione: 2.862,65 Euro lordi per aver lavorato quasi tre anni con un%u2019azienda di marketing che avevo sempre detestato.
Quella somma mi permise di pagare l%u2019affitto fino a dicembre e di continuare a bere da signore per qualche altro mese: ero disposto a spendere fino a dieci, dodici Euro per un buon vino dal gusto fruttato, corposo e affinato in barrique; un weekend sì ed uno no mi concedevo un%u2019intera bottiglia di Lagavulin. Le birre non mancavano mai.
La casa era diventata un merdaio. L%u2019unica cosa che mi limitavo a pulire era il vomito. Non accadeva sempre: un paio di volte alla settimana. E non era detto che succedesse le volte che bevevo di più. Una cosa che proprio non capivo.
Intorno a me avevo fatto terra bruciata, ma questo era normale perché a nessuno piace frequentare i perdenti, neanche agli amici. La sindrome di Candy-Candy non è più molto comune dopo i trent'anni: ognuno si fa i cazzi propri. Del resto io stesso, anche nei tempi migliori, non ero mai stato un buon samaritano: potevo anche offrire il mio aiuto, ma dovevano chiedermelo; altrimenti il mantello lo tenevo solo per me. E per la mia donna.
Foffo dopo i quarant%u2019anni aveva scoperto di essere diabetico; continuava a riparare orologi e a vendere gioielli, ma nel tempo libero se ne andava in bicicletta. Niente più cene notturne a base di guanciale. Ripudiavo la musica che i vecchi amici suonavano nei locali; schifavo anche i loro volti.
Ascoltare il violino di Caterina era ancora un piacere, ma lei in città non c%u2019era quasi mai, sempre in tournée con il folk irlandese ed i concerti classici; era appena entrata nell%u2019orchestra di Morricone e un paio di volte all%u2019anno se ne andava per il mondo a suonare colonne sonore come quelle di %u201CC%u2019era una volta in America".
A Caterina la sindrome di Candy-Candy non era mai passata: l'avrei vista bene con la cuffia bianca della Croce Rossa, il cuore diviso tra i malati della Grande Guerra ed un attore che impersonava Romeo nei migliori teatri d'Europa.
Mi avrebbe aiutato, ne sono certo. Ma provavo vergogna per la mia fogna, non gliela volevo far vedere; piuttosto il tunnel... l'avrei percorso tutto, fino alla fine e da solo.
Bere non è un vizio: bisogna saperlo fare, proprio come un artista.
Ci vuole talento. E il talento i mediocri non ce l%u2019hanno. Per nuotare in un oceano di merda bisogna essere eroi. Ci sono altri eroi; non quelli che vincono una guerra, una gara, un premio, quelli raggiunti dalla fama che regala potere. Ci sono altri eroi. Quelli che il mondo non sa nemmeno di possedere: gli eroi che non si caga mai nessuno. Quelli come Strego.
Conoscere quel vagabondo, qualche mese prima, era stata una sorta di rivelazione. Il nostro incontro durò pochi minuti, il tempo necessario ad accorgermi che dietro il suo dramma c'era una donna; c%u2019era la sua ombra, la sua carne, il suo essere.
Avrei ricoperto il tuo corpo con petali di rose%u2026
Lo lasciai così, su una panchina dei giardini della mia città, con quella frase che ripeteva continuamente nel sonno disturbato da singhiozzi, lacrime e rigurgiti di vino.
Fino ad allora l'alcool non era mai stato un problema: c'avevo sempre girato intorno. Quando ti avvicini troppo al vortice c'è un bicchiere pieno che ti aspetta. Quello decisivo. Se hai la forza di alzarti e di lasciarlo così intatto, allora ce la fai. Almeno a rimandare il problema. Se te lo bevi sei fottuto, ci sei dentro.
Io quel bicchiere l'avevo bevuto il giorno dopo che incontrai Strego. All'alba, in uno squallido bar della capitale.
Erano trascorsi sei mesi e guardarmi allo specchio cominciava ad essere uno spettacolo spiacevole. Ero gonfio; lo stomaco, la faccia. Un solco profondo mi spaccava in due la fronte; e poi le occhiaie, anche le rare volte che riuscivo a superare le sette ore di sonno. I capelli bianchi erano triplicati.
Stavo facendo un buon lavoro, facevo schifo.
Rimanere in città proprio il giorno di Natale significava correre il rischio d'incontrare i volti. Le maschere.
Maschere belle, maschere mostruose, maschere buffe, maschere orribili, maschere malvagie, tutte che ti domandano "come stai, cosa stai facendo", alcune che se ne escono con quel "comunque dai, ti trovo bene" così campato in aria che ti chiedi se quella è più la maschera di un cieco o di un ipocrita.
Non avevo neanche voglia di bere tra le pareti di casa, con tutto che sarebbe stata mia ancora per poco. Potevo godermela fino all'ultimo istante, certo, ma "godere" era un termine di cui non conoscevo più il significato: godersi un libro, un film, un paesaggio; godersi le vacanze, godere di una scopata... erano espressioni che non potevo più permettermi. L'unica sensazione che si avvicinava al godimento era quella che provavo assaporando del whiskey tra le labbra; del buon whiskey. Ma solo all'inizio, perché dopo che hai bevuto il secondo e il terzo bicchiere, l'alcool anestetizza la bocca, perdi tutta la sensibilità, il gusto. Ed è sempre peggio: molto prima di arrivare a metà bottiglia è tutto completamente distorto; puoi bere il più raffinato dei Cognac o la peggiore grappa, è la stessa cosa, lo stesso sapore. Lo stesso veleno.
Decisi di tornare nella capitale, dove tutto ebbe inizio.
Mi mancava tanto la mia macchina, la mia Alfa 33 grigio ardesia del '91. Dopo il licenziamento non potevo più permettermela: beveva troppo anche lei, e visto che nessuno dei due poteva smettere dovetti rottamarla, Dio sa quanto a malincuore.
Mi spostai con il treno. Durante il viaggio mi scolai qualche lattina di birra; a Termini trovai una bottiglia di whiskey da quattro soldi. Lo assaggiai subito: era una merda, ma pensai che fosse perfetto per l'occasione.
Arrivai sul Lungotevere con il freddo e il buio. Passai per caso vicino a "La caravella", un ristorante sudamericano con l'insegna luminosa di un veliero e la data 1492. Mi fermai di fronte alla vetrina; in fondo alla sala una coppia aveva appena terminato di consumare il proprio pasto natalizio: lei era una trentenne graziosa, dal sorriso buffo; lui dimostrava la stessa età, ma di buffo non aveva proprio nulla. La cameriera, una signora di colore dai tratti andini, li invitò al bancone e gli versò due bicchieri di rum.
Un cinese faceva il giro dei tavoli, ma le sue rose incontravano solo portafogli ostili; senza perdersi d'animo si diresse verso la ragazza dallo sguardo buffo consegnandole una rosa scarlatta; il ragazzo che di buffo non aveva proprio nulla diede dei soldi all'ambulante che ringraziò ed uscì dalla sala soddisfatto. La ragazza accantonò la rosa in un angolo del bancone e brindò col suo uomo.
Continuarono a parlare con la cameriera andina per una decina di minuti, poi pagarono ed uscirono. Senza la rosa.
Mi passarono davanti e si diressero sul Lungotevere. Aspettai incuriosito di fronte alla vetrina, quasi avessi scommesso che sarebbero tornati indietro a riprendersi il fiore.
Non tornarono; osservavo le loro sagome rimpicciolirsi sempre più, e quella rosa lì sul bancone, immobile, non più colta. Dimenticata...
Mi attaccai alla bottiglia: un lungo sorso pensando a quell'amore morente, poi m'incamminai verso Campo dei Fiori.
Si respirava aria di festa, ma nessun Babbo Natale si stava facendo fotografare con i bambini. I ciccioni probabilmente avevano già staccato dal loro pietoso lavoro. Buon per loro.
Quattro fighe in minigonna e cappellino rosso sfilavano sui pattini per la piazza; una mi venne incontro, ma quando mi mostrò il volantino di un veglione di fine anno le ruttai in faccia, riuscendo a farmi evitare come la peste anche dalle altre. Come volevo.
Mi guardai intorno alla ricerca di maschere più interessanti. In un angolo un uomo in frac e dall'aspetto un po' bohémien, se ne stava seduto sul suo panchetto. Era tutto spettinato, lo sguardo dolce e romantico. Per catturare l'attenzione dei passanti si serviva di un cartello con la scritta POETA posto sul leggio.
Tra le mie amicizie e conoscenze c'erano stati tanti musicisti, qualche pittore, uno scultore e alcuni scrittori o sedicenti tali, ma veri poeti no. Mai. Forse l'unico poeta che avevo incontrato era stato proprio Strego.
Un uomo che se ne va in giro in piena estate, vestito da arciere medievale e completamente ubriaco; che si ferma di fronte alla torre dell'orologio per bersagliarla di frecce immaginarie facendosi infine prendere dalla neuro, non è un pazzo. Cosa volevi fare, uccidere il tempo? Fermarlo per tornare indietro dalla donna che amavi e ricoprirla finalmente di petali di rose? È questo che volevi, Strego? Era questa la tua poesia?
I passanti si fermavano, incuriositi dall'uomo in frac. Appena pochi attimi; il tempo di scrivere qualche riga sulla pagina di un quaderno, di strappare la pagina e consegnarla al diretto interessato con un rapido gesto. Quell'uomo regalava poesie.
Nascosi la bottiglia dentro lo zaino, aspettai il mio turno e immaginai di sfidarlo: "Avanti, POETA; vediamo cosa sai fare. Scrivi la mia poesia".
L'uomo in frac cercò nei miei occhi. Lo lasciai fare e in pochi secondi scrisse quello che vide.
Uomo che va...
oltre il bene...
oltre il male...
oltre...
Presi il foglio e mi allontanai di qualche metro, con la sensazione di avere i suoi occhi ancora piantati nella nuca e la certezza che quel contatto umano fosse stato l'unico da sei mesi a quella parte.
Quando ormai ero ad una decina di metri dal panchetto, mi voltai nuovamente verso di lui. Probabilmente dopo il mio aveva già strappato altri due o tre fogli, ma in quell'istante davanti non aveva nessuno; i suoi occhi indagatori erano tuttora fissi nei miei, così sollevai il braccio tenendo il foglio bene in alto, in segno di ringraziamento; lui fece altrettanto con il destro, quando una ragazza gli si avvicinò all'improvviso ricordandogli il suo lavoro. Scrivere poesie. Regalare poesie.
Mi spostai verso il centro della piazza con quei versi che mi ronzavano nella testa come scarafaggi che si cercavano un varco tra la mia corteccia cerebrale: uomo che va oltre... ma dove vuoi che vada, uomo in frac? mi domandavo mentre gli scarafaggi avanzavano e corrodevano. E corrodevano.
Mi fermai proprio sotto la statua di Giordano Bruno, e lì scolai quanto era rimasto della bottiglia.
Le campane di Santa Brigida cominciarono a suonare la mezza ed ebbi un'orrenda visione: Dorotea vestita da madonna succhiava l'uccello ad un uomo di cui non conoscevo il volto. Lui rideva. Lei era felice. Io non riuscivo a cacciare via quell'orrore e piangevo. E più piangevo più l'uomo di spalle rideva e più la madonna era felice. Cercai di alzarmi e mi diressi barcollando in un vicolo deserto dove sputai quello che mi ero bevuto. Pisciai sul mio vomito e l'orrore ebbe fine. Per smaltire l'alcool che mi era rimasto immersi la testa in una fontana, poi cominciai a fare dei giri attorno alla piazza. Respiravo lentamente. Gli scarafaggi ripresero a rodermi il cervello.
Uomo che va oltre...uomo che va oltre... il bene e il male...oltre...
Accelerai il passo, e senza accorgermene mi ritrovai a correre.
I miei movimenti erano goffi e lenti, mi spostavo a fatica e con le spalle curve, milza e fegato dolenti, ma correvo. Dopo appena un giro iniziai a sentire caldo; mi tolsi il giubbotto e lo deposi ai piedi di Giordano Bruno. Mi sentivo più leggero e riuscii ad aumentare il ritmo della mia corsa, ma il caldo era ancora insopportabile: il mucchio di vestiti sotto la statua dell'Eretico aumentava di giro in giro. Dopo un po' rimasi in t-shirt.
In un angolo della piazza un gruppo di filoanarchici ventenni assistevano stupiti a quanto stavo facendo. Ascoltavo le loro risa, il loro scherno:
Vai fratè, che arivi primo!
Ero ancora ubriaco, ma sapevo di non trovarmi in un film hollywoodiano. Sapevo di non essere una specie di mahatma che correva attraverso l'America da un oceano all'altro circondandosi di proseliti. Sapevo che per quei ragazzi correre attorno alla statua di un eretico bruciato vivo secoli e secoli prima non aveva alcun senso. Sapevo che non mi avrebbero seguito. Sapevo che avrebbero continuato a deridermi. Eppure correvo.
Solo due uomini mi vennero incontro. Non per unirsi alla mia corsa, ma per porvi fine. Uomini in blu. Poliziotti.
<<Cosa sta facendo?>> mi chiese il più grande.
<<Vado...vado oltre...>> risposi ansimando.
<<Sta andando oltre... ma bene! Vedo che abbiamo alzato un po' il gomito, stasera. Ci può dare un documento?>>
Tirai fuori la patente e la consegnai al suo collega. Era più giovane, poco più che ventenne. Estrasse la radio per comunicare i miei dati alla centrale operativa e attese che venissi identificato come un poco di buono o come una persona pulita.
<<Non hai mica intenzione di guidare in questo stato, stasera?>>
Il ragazzino in blu, mi dava del tu: <<e copriti, coglione, che così ti prendi una broncopolmonite!>>
Mi accompagnarono fin sotto la statua dell%u2019Eretico, e recuperai felpa, giubbotto e zaino.
<<Non devo guidare, stasera. Io non ce l'ho una macchina>> gli risposi; <<stavo correndo attorno ad una piazza. Non stavo facendo nulla di male...>> aggiunsi.
Il più anziano frugò dentro lo zaino. Deluso, vi trovò soltanto un lettore cd, la custodia di Pink Moon ed una rivista letteraria che mostrava in copertina lo sciacquone di un cesso. Naturalmente tutto puzzava di whiskey. Con aria disgustata mi ordinò di risistemare le mie cose.
Dalla radio qualcuno pronunciò il mio nome. Non lo avevano mai sentito prima: ero pulito.
<<Può andare>> mi disse.
Il collega mi restituì il documento. Prima di infilarlo nel portafoglio lo fissai per qualche istante, istanti per lui troppo lunghi: <<che guardi? Non hai sentito? Non puoi stare qui. Te ne devi AN-DA-RE...>>
Raccolsi le mie cose e mi diressi verso la stazione, ma non presi alcun treno.
Erano gli ultimi istanti di quella che da allora in poi avrei chiamato la mia vita precedente. *
INIZIO
* da "Pizza Express" - Emidio Clementi (Massimo Volume) 1995 |
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