Ameo'e
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Località: Perugia
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| Inviato: 30/10/2008, 13:14 Oggetto: L'epilogo di Ismaele (merc. Melville) |
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Ci sono Barche e barche, Santi e santi. Feste che cadono il giovedì ma che si festeggiano la domenica successiva. Perché ci sono Giorni e giorni ma la verità è minuscola sempre, nascosta nel buon sangue delle persone e trascinata più lontana, a largo della costa, più piccola ancora dietro l'apparente e sgargiante luminosità.
Ogni anno la stessa storia:la processione notturna delle scialuppe guidate dalla Pequod, vecchia quanto il mondo o l'inferno che ha navigato. Cade a metà agosto, la commemorazione, una qualche sacra rimembranza. L'illuminazione degli scafi ha il suo tempo sacro, anche. Ore e ore per orlare i bordi di luci colorate per poi vederle fluttuare riflesse sulle onde a ricordare che nel buio del mare ci stanno gli angeli a proteggere i pescatori dalle bestie degli abissi. E da Achab. Nessuno sa da dove fosse giunto zoppicando e arrancando con il suo occhio negli sguardi dei marinai del Porto Coraggio, a sud-est dell'Isola di Moby Dick. Fatto sta che sotto il mantello portava con sé tutto il dolore dei derelitti, la rabbia dei diseredati, i brandelli assatanati di coloro che, cacciati da questa vita e da qualsiasi paradiso terrestre, inveivano contro la cattiva sorte. Non ne conosco la profonda ragione ma da mozzo non m'importava granché trovare una spiegazione agli eventi: ho imparato da subito ad ascoltare soltanto il mare. Tuttavia Achab riuscivo ad ascoltarlo con lo stesso trasporto e terrore. Lui davvero aveva il potere di agitare sommosse e tempeste negli animi della gente. Quelle sue avventure rassomigliavano molto alle paure che la morte tenta di raffigurare, dentro di noi. La morte delle azioni umane e dell'istinto al combattimento. In fondo siamo tormentati dall'impossibilità di elevarci al di sopra del nostro destino: ecco perché il mare. Ecco perché il mare ci piace e ci piace dare la caccia ai capodogli e simili con tutta la ferocia di cui siamo capaci. Le nostre cicatrici sono il segno del nostro vissuto, gli scudi contro l'enorme balena bianca che ci inghiotte i sogni dopo averci partorito, il nostro indomabile orgoglioso non pentimento.
Achab mi ha insegnato tutto questo, mentre la mattina presto sul ponte appena lucidato mi dettava poche pagine alla volta del suo diario di bordo. Ma la gente ama avere mostri da ricacciare negli abissi o da rincorrere fino alla costa per vederli arenare morenti sulle spiagge. E la gente ama avere i suoi diavoli da temere e da esorcizzare per dare un senso alle proprie sconfitte. Il mio maestro, il mio capitano scomparve in una notte atroce, quando decise che era giunto il momento di andare. Arpionato alla vita che aveva scelto e alla morte che aveva scelto, cicatrice di un mare senza pietà. Quella notte gli elementi erano furiosi e acqua e terra e aria non avevano più sembianze. Il fuoco negli occhi di Achab illuminava il presagio e tutti si convinsero che era la sua presenza a scatenare la fine del mondo. Quando all'improvviso il mare si calmò, dopo aver saziato la sua pancia, del Capitano rimase soltanto la voce: l'ultimo urlo lanciato contro se stesso e il suo carnefice dalla grande bocca, larga quanto la rabbia dell'impotenza.
Capite allora come fosse necessario un rito perché mai più una notte così terribile potesse ancora risorgere e risputare sulla riva quel diavolo di Achab.
Non partecipo mai alla processione della baleniera Pequod e dei suoi balenotteri. Anzi, mentre la vedo passare a largo in tutta la sua lineare e stupida ottusità accendo un fuoco sulla spiaggia per ricordarmi che la luce è dove la verità tace. Soltanto il mare ascolto, ora. |
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