Tenore58
Iscritto: 04 Mar 2008
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| Inviato: 31/10/2008, 07:48 Oggetto: Ciumblà! |
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Ci vorrebbe un balcone adesso, sarebbe perfetto. Luci di città sotto una pioggia battente, danno un senso diverso alle cose che scorrono. E’ un lucido osservare il mio; come ad un immenso dipinto di vernice laccata, creato dal persistente passaggio di un tempo perturbato.
Umidi i capelli sotto un cielo nero, umidi i pensieri, così i miei occhi. Forse dovrei sentirmi triste il giusto per quelle infinite parole trascorse tra noi. Avverto invece un peso indulgente di pagina voltata per sempre, lasciare a tratti il mio tempo smarrito. Nudo è il freddo di dentro quando arriva, difficile temperarlo.
Ho scansato a fatica la tristezza oggi, come da una soffitta ovvia di ricordi, spostando di lato la malinconia per non vedere tutto ciò che di spalle è trascorso, fuggito come un lampo accecante, attraversando le nostre vite accostate.
Un naturale desiderio di essere altro, si affaccia ormai al tuo sentirti piccola donna. Ed io ti guardavo ieri da padre intenerito, per quel fremito lieve che ti illuminava gli occhi. Mentre abbozzando raccontavi, atteggiandoti fiera di quel primo bacio di cui ti importava, io ti rivedevo piccola e per un attimo smarrito, ho piegato lo sguardo altrove; cosicché non potessi vedere la mia nostalgica resa. Com’era giusto che fosse, raccontavi di te, di lui, di un piccolo volo appena librato da tentare in due. Ascoltarti è stato un po’ smarrire i tuoi contorni infantili che ancora mi resistevano nella mente. Poi, senza distogliermi dal tuo narrare, ti ho cercata tra i ricordi di un padre e là ti ho incontrata: piangevi disperata per quella “spadina” di cartone che orgogliosamente avevi costruito nelle tue ore d’asilo. Fiera di potermela mostrare, non ti eri accorta camminando, che la lama s’era scollata scivolandoti per strada. Tornammo indietro ricordo, unendo la speranza di ritrovarla, percorrendo piano ed attenti quel lungo tratto a ritroso. Mentre singhiozzavi, facendo tua tutta la sfiducia del mondo, lei era là, ferma ed abbandonata sull’asfalto del marciapiede. Una striscia di cartone arancione, perfetta lama di spada forgiata dalla tua fantasia, aspettava inanimata, forse persino felice di potersi unire ancora alla sua impugnatura. Fu lampo di luce il tuo sorriso. Quelle ultime lacrime rimaste aggrappate alle ciglia, ti brillarono il viso, quasi fossero un trucco di bimba.
Si può sentire l’orgoglio arrivare da un semplice gesto? Beh! Io mi sentii così, fortemente. Avrei desiderato riconoscermi in quella sensazione molte più volte nella vita. Un pensiero questo, che ho tenuto mio insieme ad altri, piegato e riposto dove solo io posso trovarlo. Anche il dolore di non vivere più con te ho messo lì, insieme all’angoscia di quei giorni contrari, risentiti. L’abbiamo masticato tutto quel male noi, ognuno per sé, sapendo di una scelta dovuta fatta per sempre.
E mentre la tua voce affiorando tornava protagonista assoluta, scavalcando i ricordi ed un gesto lontano, donato a quel tuo piccolo grande bisogno, io avvertivo ancora quell’intimo passaggio e ti ho sorriso. Emozionato dal tuo raccontare, anche se ugualmente ascoltavo qualcosa di tuo staccarsi da me, appagavo il senso mio di ciò che dovrebbe essere un padre. Banale, ho pensato fosse a quel punto il voler scivolare su facili insegnamenti. Riflessioni adulte dettate dal legame ad altra generazione. Forse sarebbe servito comunque appoggiarti un concetto buono alle ragioni del prima sul poi. Dirti che è immensa l’inquietudine di lasciarti un mondo distrutto dai “nulla” sempre nuovi. Invece ho taciuto, osservando orgoglioso ciò che sei diventata. Vedere in quel momento la tua giovane vita affacciarsi con forza da un balcone del cuore, è stata pura meraviglia.
Siamo usciti dal quel ristorante poi, abbracciati come sempre, perché ancora questo è il nostro modo tra la gente. Forse invidia per qualcuno o semplice stupore per quello che mostriamo.
Piove ancora fuori, troppo! Chiudo la finestra adesso tornando al mio umido presente, prima che un altro timido ricordo affiorato improvviso, mi rapisca un istante. Nuovamente mi sei apparsa, così le tue bionde ciocche ondeggianti, mentre mi correvi incontro nei tuoi passi incerti. Un sorriso fatto di pochi denti, come di rosea gengiva, precedeva un tuo dire storpiato che svenevolmente ripetevi: “Ciumblà! Ciumblà!”. Quanto tutto è trascorso da quel bisogno di morbide certezze figlia mia? Potrei sbagliarmi, ma credo non più di qualche giorno e tu lo sai. Quasi un “controcanto” il tuo, visto che ancora vorresti lo facessi più spesso quel gesto. Tra un breve soffio di vita a venire, sarai donna. Ricordalo sempre che ti reggevo sulle spalle. Anche quello sarà un modo per accorciare distanze; tenendo a vista l’essenza del tuo ieri.
Dovrei chiederti quella foto fatta di recente sai! Così potrò mostrare fiero che ciò che ho scritto ora, altro non è che l’appartenere ancora ad un immenso, tenero ed infinitamente buffo, gioco tra noi. Io padre tuo, tu figlia…mia! |
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frangipane
Iscritto: 01 Mag 2005
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Località: Ferrara
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| Inviato: 31/10/2008, 21:34 Oggetto: |
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Tutto il racconto ha uno sfondo acquoso, la pioggia, il lucido osservare, la vernice, umidi capelli, pensieri, occhi, pianti fanciulleschi.
Ma la frase acquosa che mi si è attaccata qui nel cuore e che rende poesia la pagina è
Quelle ultime lacrime rimaste aggrappate alle ciglia, ti brillarono il viso, quasi fossero un trucco di bimba.
E poi la tristezza di un padre che non può vivere giorno per giorno la sua bambina, il sentire lo stacco (del cordone ombelicale se fosse donna) definitivo nell'esperienza del bacio, di un papà geloso! La sua donna cresce!
Tenera e triste.
sonia |
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