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RACCONTO NERO
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Autore Messaggio
Fabio Mazza



Iscritto: 27 Ott 2008
Messaggi: 11

Inviato: 8/11/2008, 09:49    Oggetto: RACCONTO NERO  

Quella sera Micky era uscito da solo. Come sempre.
Era andato al Qube a sentire uno di quei gruppi tedeschi che suonano E.B.M.
Musica per pochi: suoni estremi, atmosfere decadenti, tanto “nero”, tanta “notte” e non solo perché lo indicava l’ora. Il buio, come dire… si respirava.
Le ragazze erano molto belle, esili, quasi tutte more e dagli occhi spietati. Poi però incontravano qualcuno, un amico, un’amica, gli scappavano dei sorrisi e ci si accorgeva che erano solo delle maschere molto belle.
A mezzanotte eccoli arrivare sul palco, puntuali come se fossero appena usciti dalle pagine di un racconto di Henry James.
Erano in quattro, ma il cantante con la sua sola presenza sembrava personificare tre dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse: Fame, Malattia, Morte.
Il busto, completamente scoperto, mostrava delle impronte. Manate nere. Ovunque. In tutto quel corpo fatto di pelle, ossa e poca carne: sul petto, sulle braccia, sul dorso. Anche in faccia: come se si fosse accarezzato gli occhi con le mani sporche d’inchiostro o di grasso.
Quel giullare maledetto alla fine del concerto cantò Gottes Tod.
Si appese ad una grossa croce di ferro marcio e rimase crocefisso per un quarto d’ora sputando verso l’alto con gli occhi rigirati all’indietro: stava cantando la sua “morte di Dio”.
Era evidente a chi erano indirizzati quegli sputi: tra il pubblico si avvertiva un’insana soddisfazione per quei “gesti”.
Micky provava fastidio, ma si chiedeva quanto tempo sarebbe passato ancora prima di diventare come loro. Forse avevano ragione.
Dio era andato via. Si era dimenticato dell’uomo.
Dio era assente.
Dio era morto.
Al ritorno da quel concerto si fermò in un Irish Pub.
Nonostante l’ora tarda, lo Shannon sembrava un tappeto umano. Normale, nel giorno di San Patrizio.
Forse ci voleva un po’ di folk irlandese dopo un concerto così nero.
Appena entrato in quel locale focalizzò l’attenzione sul chitarrista e la cantante che stavano improvvisando Crazy man Michael.
Lei era una bella donna, dal look non appariscente, ma dalla voce angelica ed i movimenti molto pacati. Non poteva passare inosservata.
Lui, un uomo di circa quarant’anni, goffo e grasso. Stava suonando seduto su una sedia a rotelle. Era sempre sorridente. Da quel sorriso lasciava trapelare una grande umanità: era il sorriso di chi, dopo tanto dolore e sofferenza, aveva raggiunto finalmente la pace.
Micky si accorse subito che stavano insieme...a vederli provò quasi una sensazione di benessere.
<<Secondo me se la scopa…>>
<<Ma chi? Quel maiale in carrozzella?>>.
Non riuscì proprio fare a meno di sentirle, quelle due “teste rasate”.
Stavano in piedi bevendo le loro birre proprio accanto a Micky, intenti a sfoggiare i loro bei tatuaggi: celtiche, ragnatele, elmi. L’avambraccio del più corpulento minacciava “Jiudas muß sterben und er wir sterben”* .
Iniziarono tutta una serie di battute che schernivano zingari, ebrei e negri.
Su questi ultimi diedero il meglio.
<<Sai quanto ce mette ‘na negra a buttà la monnezza?>>
<<Spara! Quanto ce mette?>>
<<…nove mesi >>
Ridevano a crepapelle. Ridevano tutta la merda della loro vita.
Micky non capì più nulla. Non sentiva più la musica. Solo le urla di quei balordi.
E si immaginò Erika tra di loro, quel fiore nero che ormai non c’era più perché era stato reciso nel modo più inaspettato e brutale. La vedeva lì, mentre piangeva delle loro battute.
Allora afferrò la sua pinta con quanta forza aveva e colpì il più vicino in faccia trasformandola in una maschera di sangue. Quella maschera si afflosciò sul tavolo. E poi tutto nero. Solo dei rivoli rossi sul legno che disegnavano delle figure, cifre…. 4…51….
Micky si svegliò in un soprassalto di paura.
Nel buio i numeri rossi della sveglia indicavano le 04:51.
Un incubo. Un altro maledetto incubo…
***
Micky ha l’età di Cristo: è alto, magro, ha i capelli lunghi, neri, gli occhi cerulei.
Micky non ride quasi mai. Se lo fa è soltanto perché gli capita di farlo. Ogni tanto mostra un sorriso amaro, ma non riesce a fare di meglio. Tutti se ne accorgono che Micky è diverso dagli altri, eppure nessuno si è mai chiesto il perché di quell’ombra costantemente presente nei suoi occhi, nessuno si è mai chiesto il perché della sua malinconia. Un giorno qualcuno disse che la sua tristezza sembrava arrivare da un altro tempo e da altre vite, ma il perché di quello sguardo antico, quello no: nessuno se l’é mai chiesto.
Micky ha solo un amico: un diario dove appunta tutti i suoi sogni. Quelli belli. Quelli brutti. Gli incubi.
Una volta aveva sognato la fine del tempo.
Uno scenario biblico, apocalittico: cieli neri, venti tempestosi, mari in burrasca…
Lui era in cielo, in compagnia di un vecchio dalla lunga barba bianca: quel vecchio sembrava l’immagina classica del dio, così come la vede la fantasia innocente e pura di un fanciullo.
Ma non era Dio. Era un profeta.
Il cielo era nero e grigio, ma si distinguevano benissimo quattro colonne di aria bianca e vorticosa che delimitavano una sorta di baldacchino. Era lì che si trovava, immobile…sospeso nel vuoto.
I venti, fortissimi, facevano sbattere violentemente contro le vesti i loro lunghi capelli.
Il profeta aveva una tunica a strisce, di tipo ebraico; con un lungo bastone di legno gli indicava i quattro punti cardinali. I primi tre glieli mostrò semplicemente, senza aggiungere nulla; poi si volse a destra, gridando con voce sapiente: <<E ora guarda…l’Est!!>>
Anche se lo scenario era catastrofico, Micky non aveva paura di quella fine del mondo.
Micky non era vittima della fine.
Micky era…giudice della fine: lui ed il vecchio erano gli unici a vedere la fine della Storia.
Era in alto, molto in alto...al di sopra di tutti…si sentiva così potente in quel sogno!
Forse è questo il più grande peccato di Micky: giudicare. Non solo nei sogni. Anche nella vita.
Uno strano modo di giudicare, il suo, sospeso tra orgoglio ed umiltà.
La gente ha paura di lui, teme i suoi occhi, teme le sue parole, teme i suoi silenzi.
E tutto questo ha il suo enorme prezzo: la solitudine…
Dopo la morte di Erika, era solito trascorrere interi pomeriggi al cimitero inglese, situato dietro la piramide Cestia. Avvertiva la magia e la pace assoluta di quel luogo. Stare lì gli faceva bene.
Spesso se ne stava seduto su una panchina a leggere un libro: ogni tanto alzava lo sguardo per vedere i gatti che si rincorrevano tra gli alberi e le lapidi.
Alcuni facevano l’amore. Chissà quante vite erano state concepite tra quelle ceneri!
Ad uno di essi aveva dato persino un nome: Persifal. Come il cavaliere che trovò il Santo Graal.
Era un gattone nero e pasciuto, ma a differenza degli altri non mostrava alcun timore: si faceva prendere in braccio, si lasciava accarezzare, addirittura alcune volte, quando portava con sé qualcosa da mangiare, lo seguiva nelle sue passeggiate: lo faceva per ingordigia o magari proprio per riconoscenza.
Era bello camminare tra quelle tombe. Era vero: c’erano tanto dolore e tante lacrime. Ma non solo. C’era anche l’Amore. Chi ha detto che non esiste l’Amore eterno?
Eccolo lì, in quelle statue, in quei nudi così sensuali, in quegli angeli piangenti, in quelle dediche così disperate, ma così immensamente pure.



Elisabeth Mary Wegener 1902-1930

Ella passò
da un dolce sogno d’amore
alla vita degli angeli




In memory of Martin Le Mesurier Manson 1915-1977

So long for a while
and than until
the end of time
I find you somewhere
on a star

Alla memoria di Annabel Benjamin 1812-1857

In questi silenzi in cui
le cose si abbandonano
ripenso il tuo sorriso
ed è per me acqua limpida



Rebecca Wilson 1861-1870

Come una cometa che
attraversa il cielo stellato
sei andata via troppo presto,Angelo mio…


L’Amore era lì. I gatti se n’erano accorti.
Non era dei morti di cui bisognava aver paura. Ma dei vivi….


***

* Giuda deve morire e morirà… queste parole vennero pronunziate nella sede del Reichstag poco prima della “soluzione finale”.
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michelle



Iscritto: 12 Dic 2007
Messaggi: 300

Inviato: 8/11/2008, 10:16    Oggetto: .....  

"...c'è da aver paura dei vivi..."

Mi è simpatico questo Micky che ha l'età di Cristo; la sua diversità, la sua solitudine, i suoi incubi che non sono solo notturni.

Risalta in questo racconto "nero" chi ama l'amore eterno e non quello scritto sulle lapidi ma quello che dà il coraggio di agire; potrebbe sembrare un "osservatore spento e in solitudine" Micky, ma non ha paura e combatte con le armi che conosce affrontando le "teste rasate" tra le tombe dei vivi che incontra lungo il suo cammino, coraggiosamente.

Ci vorrebbero tantissimi Micky e tanti concerti folk!

Bravo
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