Fabio Mazza
Iscritto: 27 Ott 2008
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| Inviato: 8/11/2008, 09:55 Oggetto: RACCONTO NERO II parte |
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Non era tra i migliori il periodo in cui Micky sognava di profeti, giudici ed apocalissi…
Non aveva un lavoro fisso: se gli andava bene ogni tanto lo venivano a chiamare dal negozio di strumenti musicali che si trovava dietro l’angolo. Per una decina di euro dava una mano a caricare un pianoforte sul camioncino, o a consegnarlo direttamente al proprietario. Per poco di più si metteva a disposizione di tutti quei gruppi che affittavano la strumentazione (amplificatori, microfoni, mixer…), seguiva le band per tutta la serata: saliva sul palco, caricava, scaricava, aiutava a fare il sound check. Stressante, sì! Ma aveva un buon pasto assicurato, cosa non frequentissima. E se i musicisti erano simpatici, spesso gli allungavano qualche birra.
Altre volte lavorava come manovale in un vecchio deposito delle ferrovie: su quei binari non passava un treno da decenni. Eppure gli piaceva l’odore del ferro arrugginito: gli dava una sensazione di romantica ed affascinante decadenza.
Questi erano i lavori che faceva per sbarcare il lunario.
Ma non erano tanto i soldi, il suo problema. Dopotutto di quelli gliene importava ben poco.
La solitudine di una volta si era trasformata in isolamento: Micky ormai non comunicava più con nessuno. Si sentiva troppo elevato per questo: le persone che gli suscitavano ancora un po’ d’interesse erano rimaste in poche.
Con il padre non aveva mai parlato. Non l’odiava, ma l’aveva visto sempre troppo impegnato ad abbracciarsi le bottiglie di vino per considerarlo degno della sua attenzione.
Sua madre si avvicinava a diventare una donna anziana: da tempo delusa della vita, si era rifugiata in quella che lei chiamava “Fede”. Il rosario che aveva tra le mani ormai era diventato parte integrante del suo corpo. Troppo difficile anche comunicare con lei.
Erano mesi che ormai non andava più a trovarli.
E perché sarebbe dovuto andare in quella casa, poi? per dirgli cosa?
Troppi ricordi insani.
Suo nonno che, quando aveva undici anni, una sera lo incatenò a tavola per non essersi fatto il segno della croce “come tutti i cristiani”.
Suo zio…le sue “carezze”…
Le urla dei genitori, che avevano sempre litigato, dal giorno in cui Micky era nato al giorno in cui se n’era andato via di casa.
E poi i soprusi dei bambini più grandi di lui, che erano così…così cattivi!
No! Ormai quella casa non aveva più nulla a che fare con la sua vita.
Preferiva spezzarsi la schiena caricando pianoforti per pagarsi l’affitto e vivere da solo in una topaia di monolocale con doccia, frigo, letto, un tavolo, un cesso e nient’altro.
Preferiva sentire il fracasso che facevano i ragazzi del primo piano, quattro jazzisti squattrinati che si ubriacavano ogni sera sognando di suonare a New Orleans.
Preferiva sentire i sospiri di Erika, che si portava i clienti nell’appartamento accanto al suo.
Erika. Sì, forse proprio lei era l’unica ad avere uno spessore umano degno d’interesse.
Mulatta, di origine anglo-nigeriana, era nota a tutti come “la puttana di via Cavour”, perchè aveva cominciato a battere il marciapiede nel centro della capitale, quando non era nemmeno ventenne, poi, la svolta: il permesso di soggiorno, un appartamento in periferia, e i clienti direttamente a casa, senza dover dipendere da nessuno.
Una strana puttana, Erika: adorava Debussy e i libri di Yoshimoto, i quadri di Klimt e i film di Almodovar. Quando parlava sembrava tutto tranne una puttana, eppure lo era, visto che per stare con lei si dovevano pagare 200 Euro.
I suoi clienti erano quasi tutti tra i 40 e i 50 anni. Micky si divertiva a spiarli dalla finestra: gente importante, con la giacca, la cravatta, la 24 ore. Alcuni avevano la faccia sudaticcia: dovevano essere quelli che tenevano la foto della famiglia nel portafoglio e che magari andavano a messa tutte le “santedomeniche” a braccetto delle loro signore. Erano quelli che finivano subito: entravano ed uscivano dal palazzo in un tempo massimo di dieci minuti. Altri avevano la faccia da “squalo”: gente che odiava gli immigrati, ma che quando si trattava di scopare pensava che nulla fosse meglio del culo di una negra. E infine quelli dal portafoglio bello imbottito, che si fermavano tutta la notte, pronti a sborsare fior di quattrini, pur usufruire di “quella prestazione”.
Ma tutto questo a Micky non importava: lui era solo un semplice osservatore delle cose, un po’ giudice, un po’ psicologo. Erika una buona vicina di casa. Tutto qui.
Tra di loro c’era stata sempre una strana complicità.
<<Questa sera non ho alcuna voglia di lavorare>> gli disse una volta: <<Ti va di stare un po’ da me? Ci facciamo due chiacchiere, ci beviamo qualcosa. Ieri sera un cliente mi ha lasciato una bottiglia di vodka nel congelatore. Ti piace la vodka al limone?>>.
Come dirle di no? Si presentò alla sua porta seminuda. Indossava un accappatoio molto corto, aperto fino all’ombellico, alcune gocce d’acqua le accarezzavano i seni. I capelli erano ancora bagnati: lunghe treccine le sfioravano i fianchi. E poi c’erano due occhi neri come l’ebano…
Parlarono tutta la notte, fino all’alba. Di film e di libri. Di Amore, addirittura: quell’Amore che non fa pensare ad altro, quello che fa scoppiare il cuore per la gioia e il dolore, quell’Amore che prima ti fa toccare il cielo e che un istante dopo ti fa sprofondare all’Inferno, che ti porta alla pazzia e che ti fa maledire Dio.
Erika era una prostituta, una “puttana di gran classe”, se così si può dire; eppure sembrava saperne molto di più rispetto a tanti altri.
E Micky? cosa ne pensava dell’Amore?
Aveva amato due volte nella sua vita.
<<…un Demone e un Angelo…>> disse quella sera: << per loro ho attraversato le montagne e i fiumi, ho patito la fame, il caldo e la sete…ogni mio pensiero, ogni mio gesto, erano dediche per quel demone, poesie per quel viso d’angelo. Ma quanto costa l’Amore? non ho più nulla…>>.
Chi era quell’uomo? Un bugiardo? O l’ultimo dei romantici?
Erika iniziò a fissare i suoi occhi e trovò la verità: erano grigi e profondi...come il mare d’inverno…e trasparenti, così chiari che si potevano attraversare con lo sguardo e vedere l’anima.
Era vero: negli occhi di Micky c’erano angeli e demoni, montagne, foreste e fiumi. C’era l’uomo che vive, l’uomo che soffre, l’uomo che ama, ma c’erano anche tanta fierezza e tanto orgoglio.
Quell’uomo sapeva di saper amare. Forse per questo la gente aveva paura di lui.
Forse per questo Micky era solo.
La vodka era finita, ma non erano ubriachi, solo un po’ inebriati dalla notte: la luna era gigantesca e splendente e i ragazzi del primo piano stavano suonando divinamente le note di Autumn in New York. Lei era dolce ed aveva un buon profumo, lui perse tutto d’un tratto la sua malinconia.
Si sentivano così vicini.
…e arrivarono i sogni.
<<….chiudi gli occhi…>> disse la ragazza: <<…e dimmi: cosa vedi?>>.
<<Vedo te, in un tempo lontano mille anni. Hai una splendida veste. Danzi sotto questa luna di fronte ad una moltitudine di gente. Tutti ti applaudono e mi sorridi…e tu? Cosa vedi?>>.
<<Anch’io vedo te: sei vestito da cavaliere…sei bellissimo, e vittorioso…nella mano destra hai una grossa spada: è rossa di sangue, nell’altra hai la testa di un potente drago. Sei tu che l’hai ucciso. E la gente è felice…l’hai liberata dal drago…c’è una gran festa…e io danzo, danzo per te …e ora? Cosa stai vedendo?>>.
<<Adesso vedo…vedo l’arcobaleno: era da tempo che non lo vedevo così da vicino…viene da me e mi dona i suoi sette colori. Prendo un pennello e comincio a dipingere...>>
<<…cosa dipingi?>>.
<<Dipingo te, bellissima, che esci nuda dalle acque di un mare tropicale… e tu, invece? Cosa vedi adesso?>>.
<<Vedo un tramonto…vedo una spiaggia stupenda, un’isola…no….tante isole…vedo la Polinesia…è lì che mi trovo…e vedo te, da lontano con una tela di fronte…stai dipingendo…>>.
Il gioco continuò per ore, finché si addormentarono l’una nelle braccia dell’altro.
Come due fanciulli. Due anime pure.
Forse era questa la felicità: dimenticare la vita e sognare insieme ad una persona che ti respira accanto…solo una volta…una notte…
Quella fu l’ultima volta in cui Micky vide Erika, “la puttana di via Cavour”.
Due giorni dopo i giornali parlavano di una ragazza di colore, Erika Anderson, di anni 30.
Il suo corpo venne trovato senza vita, sulle sponde del Tevere, a nord di Roma. Un colpo d’arma da fuoco, dietro la nuca. Un’esecuzione. “Un omicidio legato al mondo della prostituzione e alla malavita locale”, questo era tutto quello che dicevano, non una riga di più...in fondo a chi poteva interessare la morte di una prostituta? Nessuno cercò la verità.
Quella mattina Erika aveva ricevuto una telefonata: un cliente, uno sconosciuto, le chiedeva una “prestazione un po’ particolare”, ma l’offerta era buona: poteva pagarsi quasi due mesi d’affitto.
Erika accettò. In fondo si trattava di farlo con due uomini; in passato “la vita” le aveva regalato di peggio. Poche ore dopo quella telefonata, si trovava dentro una Mercedes. C’erano tre uomini: l’autista, giovane, e gli altri due sulla quarantina, ben vestiti, con i Rolex d’oro, le borse in pelle e tutte quelle robe lì…
Seduta dietro, tra quei due, cominciò subito a sottostare ai loro giochetti erotici. Non le piaceva quella situazione, non le piacevano quegli uomini. Avevano uno strano odore.
Era l’odore della morte...e lei non lo sapeva.
La portarono in una villa di lusso, all’EUR, nella Roma “bene”. Per tutta la sera dovette sopportare le perversioni di quei mostri. Alla fine uno dei due uscì, l’altro aprì una valigetta: era piena di banconote, tutte mazzette da 500 Euro. Ne prese due e gliele lanciò addosso.
<<Prendi!! sei stata brava…te le sei meritate…>>.
Fu un lampo. Una miriade di pensieri in una frazione di secondi.
“Ci saranno un sacco di milioni là dentro…di più… e io sono stanca di questa vita, non la merito…voglio andare via...voglio viaggiare. I tropici. La Polinesia. Micky…Dio, quanto sono stata bene quella sera, nessuno mi aveva mai vista così, come un essere umano...e quegli occhi!…i tuoi occhi…andiamo via, Micky andiamo via. Ma quale Demone? Ma quale Angelo?...io sarò la tua Dea…sarò la tua fortuna…la tua felicità...”
Erika afferrò una statuetta di bronzo, sul comodino. Lo colpì in fronte, un colpo secco: l’uomo cadde immediatamente, privo di sensi. Lei prese la valigetta e corse verso le scale, ancora con la statua sporca di sangue fra le mani. Gli altri due le vennero incontro, li minacciò: <<State lontani. Io vi ammazzo, capito? Vi ammazzo...>>
<<Ma cosa credi di fare?>> disse il più grande: << dove credi di andare? sei solo una lurida puttana…>>, l’afferrò per i capelli, estrasse una pistola e le sparò nella nuca. Poi si rivolse a quell’altro: <<Tony è ancora vivo?>>.
<<Sì…è solo un po’ stordito...>>.
<<Bene…sbarazzati di questa cagna...e mi raccomando: deve essere un lavoro pulito.>>
Le cose andarono così. |
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