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antropologia
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Autore Messaggio
gionni b.



Iscritto: 09 Mar 2006
Messaggi: 265

Inviato: 13/11/2008, 19:44    Oggetto: antropologia  

Insegna il maestro Abdèl:
l'uomo è una parola sbagliata uscita dalla bocca di dio.

Insegna il maestro Joshua:
non ti farai alcuna immagine di me, dice l'onnipotente.


Io non ho mai creduto che esista più di un dio.
Spostandomi dalla sinagoga alla moschea e da lì in un tempio cristiano dove rimanevo fino allo scempio dell'eucarestia pensavo sempre: “è lo stesso, non c'è differenza.” I libri gnostici mi parlavano del demiurgo e io ridevo, perché era lo stesso, non c'era nessuna differenza, cambiava solo il nome. Il profeta Baruc S. ha scritto più di mille pagine per convincerci che se dio è infinito ciò significa che devono esistere infiniti dèi. Io alzavo le spalle: ma certo, era ovvio, l'uno e l'infinito sono la stessa cosa, non c'era rivelazione in questo.
Dopo un po' lasciai perdere i libri sacri, perché non ci trovavo nulla che mi dicesse più di quanto già sapevo.

In tutto ciò io e Mara contavamo gli spiccioli che ci ritrovavamo in tasca. Non ce n'era mai abbastanza nemmeno per andare al cinema o a prendersi una coca in centro il venerdì pomeriggio. I soldi bastavano appena per il biglietto dell'autobus. Le nostre passeggiate era tutte a secco, per così dire. E la cosa era tanto più assurda se pensavamo a quanti soldi c'erano sul conto. La lavanderia andava a gonfie vele e noi tre, in teoria, saremmo stati ricchi al punto da poter cenare tutte le sere da Yesh, dietro le vetrine illuminate.
Ma questo era un sogno, perché c'era Koran a vigilare. Adesso vi parlerò di lui.
Koran era il terzo e il primo, il capo di tutto: della lavanderia, del conto in banca e persino delle nostre esistenze. Ci teneva in pugno col nostro consenso e non potevamo nemmeno accusarlo di meschinità né di essere un disonesto o un semplice sfruttatore. Koran, se possibile, conduceva una vita ancora più modesta di quanto non facessimo io e Mara. Lavorava quanto noi due messi insieme e la sera stava sempre in casa a studiare. Leggeva senza tregua ma non scriveva mai una sola riga. Per prudenza, non compilava nemmeno le ricevute della lavanderia. Di quello dovevamo occuparci io e Mara a turno.
Koran preferiva non trattare con la clientela. Stava sempre dietro, alle macchine, ed era possibile che qualche cliente, anche fra i più vecchi, ignorasse addirittura la sua esistenza o lo scambiasse per un semplice lavorante.
A lui andava benissimo così. Di se stesso diceva: “la cosa migliore per il sottoscritto è non esserci.”
Ora, io e Mara obbedivamo a Koran. Non c'era un patto o un accordo formale. Ci aveva semplicemente convinti, all'inizio del nostro sodalizio, ed erano ormai dieci anni che le cose andavano come voleva lui. Nel frattempo noi due avevamo cambiato idea, Koran invece no. Per lui era come se fosse sempre il primo giorno. Avremmo potuto digli: “basta Koran, è durata fin troppo” ma queste parole non furono mai pronunciate e forse nemmeno pensate. Se le fai troppo a lungo, anche le cose più assurde diventano normali. C'era di mezzo anche il senso dell'amicizia e la paura di dispiacergli e di rovinare quel qualcosa di intimo e di antico che c'era fra noi.
Anche se, per ovvi motivi, la sua firma non compariva fra quelle degli intestatari del conto, Koran era il solo a decidere cosa fare dei ricavi mensili. In questo non aveva fantasia: tranne i pochi spiccioli che ci dividevamo, e i soldi per le spese comuni della casa, il resto andava tutto sul conto. Mara faceva i versamenti in banca quasi ogni giorno e io avevo una gran paura che prima o poi le capitasse qualcosa di brutto, con tutti quei soldi nella borsa della spesa.
Ma “Levi” mi diceva Koran “ti preoccupi inutilmente. Quei soldi non li tocca nessuno. Ascolta, ti dico che se anche Mara li portasse da qui alla banca tenendoli in equilibrio sul naso non le accadrebbe proprio nulla.”
Non so perché dovesse dimostrarsi tanto sicuro di sé. Non è vero: lo sapevo e il saperlo mi metteva paura. Il perché era sotto la casa di periferia dove io Mara e Koran vivevamo insieme, nella cantina piena zeppa di armi, pistole e fucili mitragliatori. Era lì che finivano tutti i nostri soldi.

Ogni sei mesi, da dieci anni, Koran partiva e stava fuori due o tre settimane. Prendeva il furgone delle consegne e per tutto il tempo della sua assenza io e Mara dovevamo sobbarcarci la fatica di recapitare a mano gli abiti ai clienti importanti, perché di comprare un secondo furgone Koran non ne voleva nemmeno sentir parlare. Era fatto così.
Tornava sempre di venerdì a notte fonda, silenzioso, e faceva il possibile per non svegliarci. La mattina del sabato dormiva nel suo letto come se non fosse mai andato da nessuna parte.
Koran evitava in tutti modi che io e Mara avessimo un contatto diretto con le armi. Quella era una cosa sua, noi, diceva, facevamo anche troppo lavorando per guadagnare i soldi necessari a comprarle.
“Non dovete pensare” diceva “che io non mi renda conto del sacrificio che vi chiedo. Lo so benissimo che vorreste fare un'altra vita, magari spassarvela un po' e fare le cose che fanno tutti, tipo andare ogni tanto al cinema oppure da Yesh. Ma vi dico che dopo quindici giorni di quella vita vi ritrovereste completamente vuoti e tornereste a cercarmi. Forse non ve ne rendete conto, ma questa è l'unica vita che valga la pena.”
“La pena di cosa, Koran?” gli chiesi una volta. Era notte fonda, una di quelle poche nelle quali il rumore del furgone, il cigolio del cancello e i tonfi delle cassette che scaricava in cantina ci avevano svegliato. Mara fumava una sigaretta con le gambe tirate sul letto ed era pallida.
“La pena di viverla” rispose Koran. Non disse altro. Fece notare a Mara che non gli sembrava il caso di buttare soldi per le sigarette e si mise a letto.
Il giorno dopo ci informò che aveva deciso di tenere delle riunioni il sabato sera. Delle riunioni a tre, solo per noi. Ci avrebbe spiegato, disse. Fece anche autocritica per il fatto che in tutto quel tempo non si era occupato abbastanza delle nostre coscienze.
“Ma adesso cambieremo sistema. L'amicizia non basta più, è chiaro. Ormai siamo cresciuti e voi dovete fare un passo avanti.”
Come al solito nessuno replicò. Io e Mara pensammo la stessa cosa: per noi l'amicizia bastava. Ma se Koran sosteneva il contrario, ebbene, si vede che eravamo in errore e che, anche su questo, doveva avere ragione lui.

Koran parlava a lungo ed era bravissimo nei “distinguo”. Aveva una mente complicata e disgiuntiva. Alla fine dei suoi discorsi le cose e i concetti si dissolvevano come polvere soffiata e sul tavolo non rimaneva nulla. Allora ti guardava con quell'espressione di ovvio trionfo che gli conoscevamo e che voleva dire: “era chiaro fin dall'inizio, no?” e se qualcuno domandava “ma scusa Koran, di cos'è che si stava discutendo?” ti rispondeva che era niente, niente fin dall'inizio.
Eppure sentirlo parlare ti toglieva il fiato.
Le riunioni del sabato cominciavano sempre nello stesso modo. Dopo cena si rimaneva a tavola senza nemmeno sparecchiare. Koran scostava il piatto e non prendeva mai la parola per primo. Aspettava che io oppure Mara proponessimo un argomento, uno di quelli che ci stava più a cuore. Dopodiché il nostro turno di parlare era finito e cominciava il suo, che non aveva limiti di tempo.
Le prime sedute furono un mezzo fallimento. Nonostante lo avessimo da sempre, e istintivamente, riconosciuto come nostro capo, vederlo seduto a capotavola nel ruolo di maestro ci faceva sorridere. Koran se ne accorgeva ma non se ne aveva a male. Forse voleva essere messo alla prova.
Insomma, non sapevamo cosa volesse veramente. Voleva parlare, questo sì, e io e Mara lo lasciavamo fare. Sembrava innocuo, in fondo, una specie di gioco di ruolo e anche noioso, alla fine, perché Koran concludeva ogni volta nello stesso modo, e cioè che la cosa in discussione, qualsiasi essa fosse, se ben analizzata si dimostrava vuota di senso, si rivelava come un “niente”.
In questo era un maestro, sembrava che si fosse allenato per anni a quel solo esercizio.
Voleva che facessimo “un passo avanti” e che entrassimo di più “nella realtà dei fatti” ma quel passo e quei fatti sembravano portare in un posto assurdo dove non c'era nulla da capire o da imparare perché, letteralmente, non c'era nulla.
A quel punto ti guardava come per chiederti “ma non era ovvio già prima di cominciare a parlare?” e noi non sapevamo mai come rispondere. La riunione finiva lì, con quel suo personale e inutile trionfo, e ce ne andavamo a letto.
Sotto le coperte Mara aveva voglia di chiacchierare e le veniva da ridere.
“Ma che gli è preso” mi chiedeva “perché fa così?” e io le dicevo di fare piano, perché Koran dormiva nella stanzina accanto, che non aveva finestre, e aveva l'abitudine di lasciare la porta socchiusa.
“Ma alla fine” diceva Mara “che ci senta pure. Non gli farebbe male un po' di senso del ridicolo. Sta esagerando, non trovi?”
Io non trovavo niente ma non avevo voglia di proseguire la discussione anche a letto.
La abbracciavo e facevamo l'amore con cautela per non svegliare Koran, il quale ci aveva appena dimostrato, con logica infallibile e assurda, l'assoluta nullità dell'amore sia spirituale che fisico.

***

Fu quando io, a corto di argomenti qualsiasi come la politica, il matrimonio, la nazione o un'altra delle cose che erano “niente”, ne scelsi uno serio e mi misi a parlare di dio.
“Io non ho mai creduto che esista più di un dio” cominciai “Il nostro dio e quello degli altri sono la stessa cosa. Se dio c'è non può fare a meno di essere solo.”
Koran cambiò espressione.
“Questa è un'ovvietà” disse “non è un argomento di discussione valido.”
“Non hai capito, Koran” replicai “Quello che vorrei è che tu mi dimostrassi che anche dio è niente come tutte le altre cose. Fino ad ora non ne abbiamo mai parlato. Eppure è una questione fondamentale, mi sembra. dalla quale dipendono tutte le altre.”
“Non è affatto così” disse Koran, ma io non lo lasciai proseguire e cominciai a raccontare dei miei pellegrinaggi dalla sinagoga alla moschea e da lì ai templi cristiani, delle mie letture e delle conseguenze che ne avevo tratto. Non ne avevo mai parlato a nessuno, nemmeno a Mara, che sgranò gli occhi e si accese una sigaretta.
“E come trovi il tempo per tutto questo?” mi chiese.
Invece Koran non mi fece domande. Una cosa sembrava averlo colpito più di tutte.
“Levi” mi chiese parlando lentamente “fammi capire: tu frequenti la moschea?”
“Quando posso” risposi “ogni tanto. Ma non direi che la frequento. Ci passo, ecco.”
“E vai anche in chiesa? Dai cristiani, intendo. “Passi” anche da loro?”
“Te l'ho appena detto. Ogni tanto, quando capita.”
“E naturalmente il sabato “passi” per la sinagoga. E' così?”
“Adesso sei tu che dici ovvietà” risposi “Lì ci andiamo tutti.”
Koran mi fissò e distolse lo sguardo.
“E perché lo fai, Levi? Perché“passi” in quei posti? Hai un motivo particolare o, diciamo così, lo fai per sport?”
Mi misi a ridere.
“Koran” dissi “le regole del sabato sono che noi facciamo le domande e tu rispondi. Invece mi sembra che adesso stiamo facendo esattamente il contrario. Ma se stasera non ti va... D'altra parte siamo tutti stanchi. Per quanto mi riguarda possiamo anche piantarla qui e andarcene a letto.”
“Magari a scopare” disse Koran.
Mara afferrò un bicchiere a metà e gli scaraventò il vino sulla faccia.
“Brutto imbecille” disse come ti permetti?”
Si alzò e uscì sbattendo la porta. Io mi voltai di scatto e poi tornai a fissare Koran.
“Ma che ti prende?” gli dissi. Mio malgrado, non riuscivo ad alzare la voce.
Con un tovagliolo, Koran si asciugava il viso. Era calmo.
“Non ti agitare, Levi” mi disse “Mara ha ragione. Ho detto una cosa volgare. Può succedere. Appena torna le chiedo scusa.”
“Se torna” dissi “L'hai fatta grossa Koran. E mi sa che ci vado di mezzo io. Non so nemmeno perché non ti prendo a pugni.”
“Ah sì? E perché? Perché ho detto “scopare”?” e Koran scoppiò a ridere “Col culo sopra una cantina che sembra la santabarbara di una fortezza, tu vuoi prendermi a pugni perché ho detto... “scopare”? Bè, fai pure se vuoi, ma sei un uomo ridicolo, Levi.”
“Certo” dissi “hai ragione. Sono un uomo ridicolo io. Io e Mara lo siamo, siamo ridicoli. Dieci anni con te. Ecco cosa ci rende ridicoli. Una cantina che ci può costare trent'anni di galera. E tutto per compiacere il grande amico Koran. Anzi, il maestro Koran, ormai. E senza mai chiedere “perché?”, mai nemmeno una volta. Hai ragione, maestro. Ridicoli, ridicoli da pisciarsi sotto dalle risate.”
Raccolsi il bicchiere rovesciato da Mara e lo riempii di vino.
“Vuoi replicare?” disse Koran “Vai pure, ormai sono asciutto. Non è una brutta sensazione alla fine.”
“No. Voglio bere. Si può, maestro? O devi prima dimostrarmi che bere è nulla?”.
Koran mi fermò il braccio mentre sollevavo il bicchiere.
“Non c'è bisogno di dimostrarlo” disse “va da sé che bere è nulla. Ma non qui, non in questa cucina. Vieni, andiamo da Yesh. Pago io. Ieri ho piazzato tutte le armi.”

Non avevo mai visto Koran ubriaco e il motivo era semplice: non c'era la benché minima differenza da quand'era sobrio.
Prima di uscire avevo lasciato un biglietto sul tavolo per Mara: “siamo da Yesh, vieni. Levi.”
“Tu pensi che verrà?” mi chiedeva Koran a intervalli di dieci minuti.
Avevamo mangiato come due ricchi mercanti d'armi quali eravamo e da più di un'ora ci dedicavamo ai liquori. Da Yesh nessuno ti dice nulla. E' un ristorante alla moda e sanno come si devono trattare i clienti, chiudono un occhio e anche tutti e due. E poi da cosa si sarebbe dovuto capire che eravamo mercanti d'armi?
“Come da cosa” chiese Koran “Da tutto. Ce l'abbiamo scritto in faccia. Ma a questi qui, basta che paghi e non gliene frega nulla. Guardati attorno, qui dentro è pieno di gente come noi. E poi credimi, a nessuno gliene frega nulla comunque.”
“Se qui dentro è pieno di gente come noi” dissi “allora è chiaro che nessuno può notarci. Come si fa a notare qualcuno che è uguale a te?”
“Esatto” disse Koran “va da sé”. E tirò giù un altro whisky di ottima marca.
Non era chiaro di cosa stavamo parlando.
“Io però” dissi “quei soldi non li voglio nemmeno vedere. Sei stato tu a fare tutto. Toccano a te. A me e a Mara basta la lavanderia.”
“Prendila con calma” rispose Koran “non correre subito alle conclusioni. Le cose non sono così ovvie come sembrano. Vendere e comprare armi non è nulla. Lo fanno tutti.”
“Come tutti?”
Koran sorrise.
“Bè, ho esagerato. Diciamo che lo fa un sacco di gente. E allora perché noi no? Va bene, non vuoi che dica “noi”. Allora mi correggo, Levi: perché io no? Non ne vedo il motivo.”
“In ogni caso...” e mi interruppi perché era entrata Mara.
Fece girare gli occhi sulla sala affollata e poi disse qualcosa a un cameriere che l'accompagnò al nostro tavolo. Si mise seduta di fronte a Koran.
“Che ci fate qui?” domandò. Era arrabbiata ma anche sollevata. Pensai che non sapeva stare senza di me e di noi. “Da Yesh. Che pazzia. Ma perché?”
“Festeggiamo” risposi.
Mara guardò le bottiglie di liquore che occupavano mezzo tavolino. Koran ne indicò una.
“Vuoi una sambuca? Dai, beviamo insieme e facciamo la pace.”
“Cosa” festeggiamo?” chiese Mara senza guardarlo.”Cosa diavolo c'è da festeggiare.”
“Koran ha piazzato tutte le armi, Mara. Siamo ricchi.” E mi misi a ridere.
“Davvero?”chiese Mara “Koran, non scherzare. Davvero le hai vendute tutte? Non ci posso credere.”
Prese il bicchierino di sambuca e lo portò alle labbra.
“Te lo giuro” disse Koran “D'altra parte lo vedi da sola: Yesh!”
E muovendo la mano come davanti a un paesaggio fece il gesto di presentarle il tempio dello scialo nel quale ci trovavamo tutti e tre.
“Che sollievo” disse Mara “Una cosa da non crederci. Allora niente più armi in cantina? E' davvero finito tutto? Koran, dimmi di sì, ti prego, dimmelo cento volte.”
“Sì sì sì sì sì...”cominciò Koran deciso ad arrivare fino a cento.
Lo interruppi.
“Koran vuole dividere con noi, Mara. Io invece gli ho detto che ci basta la lavanderia. Tu cosa ne pensi?”
Non ricordo quello che Mara rispose. Non aveva importanza. Anche quello che stavo dicendo io non aveva importanza. Mi ricordai che quella serata era cominciata parlando di dio, poi era successo qualcosa che aveva cambiato tutto e alla fine noi tre eravamo diventati dei mercanti d'armi molto ricchi. Non potevamo chiamarci fuori, io e Mara. Avevamo lasciato fare Koran per dieci anni per non guastare l'amicizia. Per lo meno, questa era la motivazione ufficiale. E quella vera, quella mai confessata? C'entrava la vigliaccheria, il senso del risparmio, l'oscura fedeltà a un investimento o addirittura l'idea che quelle armi sarebbero servite a una giusta causa? Avevamo sperato che Koran preparasse un formidabile attentato? A qualcuno di noi due erano forse venuti in mente i Territori o i coloni? E io stesso, che senso aveva quell'interrogarsi su dio, quella teologia da quattro soldi, e il mio scetticismo idiota? Eppure tutto era finito da Yesh. Yesh era una risposta che creava da sé le sue stesse domande.
“Ma voi non me l'avete mai chiesto” stava dicendo Koran. Apriva le braccia in un gesto desolato. Adesso gli si era impastata la lingua, ma neanche tanto.
“Speravo che il sabato servisse a mettere tutto in chiaro. Invece voi vi siete messi a fare domande stupide e alla fine” e mi guardò quasi con rabbia “alla fine questo se ne viene fuori con dio. Ma che c'entrava dio? Perché non avete cominciato subito a parlare delle armi?”
Mara annuiva sorseggiando sambuca.
A me venne in mente l'insegnamento del maestro Abdèl e subito dopo quello del maestro Joshua. Ma non avevano niente a che vedere con quello che stava capitando. Dio non c'entrava. Si trattava di cose di esseri umani, pura antropologia.
E allora dissi:
“Ragazzi, che facciamo ora?”
Koran mi guardò.
“Ordiniamo la cena per Mara. Che altro? Avrà fame, credo.”
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gionni b.



Iscritto: 09 Mar 2006
Messaggi: 265

Inviato: 13/11/2008, 19:47    Oggetto:  

questo racconto era nato per "inno alla gioia" dei mercoledì di Rossana. Poi è diventato troppo lungo. Lo pubblico qui - per quello che vale - ma resta inteso che Rossana ne è la destinataria naturale.
Grazie Ross per il prezioso spunto.
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Rossana Carturan



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 6597
Località: Latina

Inviato: 13/11/2008, 19:54    Oggetto:  

Grazie a Te...
vorrei che tu lo postassi anche lì.
Non importa la lunghezza, ma ciò che è : tremendamente bello...e anche di più.
grazie.
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maurizio



Iscritto: 27 Apr 2008
Messaggi: 370
Località: roma

Inviato: 13/11/2008, 20:11    Oggetto:  

Sacro e profano, incenso e puzza di piedi. Mi hai trascinato fino in fondo tutto d'un fiato, non ho ancora capito se mi piace quello che scrivi o come lo scrivi. Chissà se è importante.....?
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Principepazzo



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 9082

Inviato: 13/11/2008, 20:14    Oggetto:  

bello e non aggiungo altro
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michelle



Iscritto: 12 Dic 2007
Messaggi: 300

Inviato: 13/11/2008, 21:34    Oggetto: ....  

postalo dall'altra parte, secondo me va bene per la proposta di questo mercoledì.

Nonostante la lunghezza a me è piaciuto molto e l'ho letto tutto fino in fondo senza soste.
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Patricia Panebianco



Iscritto: 18 Set 2005
Messaggi: 6945
Località: Acitrezza

Inviato: 14/11/2008, 17:28    Oggetto:  

Come credo di averti già detto una volta, un racconto è troppo lungo soltanto quando contiene il superfluo.
E questo con i tuoi racconti non accade mai.

Eccellente.
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