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sulla corriera
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Autore Messaggio
una tantum



Iscritto: 20 Ott 2005
Messaggi: 181

Inviato: 14/11/2008, 18:23    Oggetto: sulla corriera  

No, non voltarti, non guardare oltre il finestrino, continua a leggere la frase sul poggiatesta che hai davanti. Osserva le linee, l’inchiostro scolorito, l’irregolarità della scrittura.
Leva del 68 classe di ferro. Pennarello blu.
Pensa a questo, guarda le parole, ripetile, cerca di scoprire se puoi farne delle altre, diverse da queste stupide. Vale, forse, pena…ecco, così.
Non distrarti, non farti conquistare dai campi, dagli alberi che vengono incontro, da questi profumi che sono sirene. Continua, stai con gli occhi fissi, rovescia il numero, vedi cosa puoi fare.

L’autobus che da Terranova portava a Nughes andava piano. Ancora più lentamente, ora che le curve dell’entroterra si facevano strette e cominciavano gli ultimi chilometri di salita. Seduto sul sedile della terza fila, Francesco aveva i muscoli del collo indolenziti dalla tensione, dopo quasi due ore di viaggio e di tenace resistenza ai canti dell’Isola di Pietra. Si era legato da solo, con una corda immaginaria, e come un novello Odisseo era riuscito a difendersi dalle malie che volevano farlo prigioniero. Troppe volte gli era successo di cadere nell’incanto dell’altipiano di Marresa, di essere catturato dagli oleandri che costeggiavano la strada, dalla macchia verde di lentisco che a tratti copriva i costoni di granito. E ora non voleva correre quel rischio, non avrebbe sopportato la stretta di nostalgia in cui sarebbe caduto, al minimo cedimento. Perché dopo venti giorni quello stesso autobus l’avrebbe riportato indietro, verso la nave della Tirrenia, di nuovo lontano dalla sua “Itaca”. E allora, nel mare aperto, al largo di Civitavecchia, avrebbe maledetto il mondo, rivedendo sotto le palpebre i paesaggi del breve ritorno, i luoghi che non avrebbe mai voluto lasciare. Perché gli dei, come con l’eroe greco, continuavano a giocare con lui da un tempo infinito, a punirlo per una colpa che non aveva commesso. Un castigo, dalla nascita.
“Castigau”, er bessiu castigau”, dio ha voluto così. L’aveva sentita più volte quella frase, anche se detta a mezza voce, di nascosto, in modo che lui non potesse udirla. Un castigo dell'infanzia, da quando i genitori avevano deciso di mandarlo all’istituto Sacro Cuore, a Roma, dalle suore: lì ti cureranno, figlio mio, lì ci sono i dottori bravi.
Un castigo, il gioco degli dei, una partita con il baro che imbroglia continuamente le carte.

Asso, sei, otto. Pena, 89. Forse. L’ottantanove è fra vent’anni.

Le speranze, l’illusione del ritorno a casa, le ripartenze, gli inganni. Perché i medici erano bravi, sì, gli facevano mille carezze. Ma poi lo torturavano con esperimenti che non avevano portato alcun miglioramento. Corpetti rigidi, stecche di metallo, stampelle più leggere, esercizi nuovi. E ora dentro questo gesso, da tanto di quel tempo che neppure lui si ricordava più delle sue gambe flaccide e magre.
Non voltarti, non adesso.

La madre, seduta affianco, si era addormentata e lui non l’aveva svegliata, anche se aveva sentito un gran bisogno di parlare con lei, durante tutto il viaggio. Ma era troppo stanca, aveva attraversato il mare due volte in appena due giorni, e quel filo di bava che ora le colava dalla bocca aveva mosso in Francesco un senso di tenerezza. L’avrebbe svegliata all’ingresso della città, poco prima della fermata, quando per alzarsi sulle gambe ingessate si sarebbe dovuto appoggiare a lei, prima di issarsi sulle stampelle. E poi così ,ogni tanto, poteva guardarla, osservare la strana espressione che il sonno aveva posato sulle fattezze regolari del viso, la bellezza dei lineamenti, la lucentezza dei capelli neri. Poteva, segretamente, sforzarsi di amarla di nuovo, provare a sentirsi ancora una volta suo figlio: madre perché mi hai abbandonato?
E’ per il tuo bene, figlio mio.
No, questo non è il mio bene. E’ il mio male, la mia pena. Anche se tu non lo vuoi, questa è la mia pena.

Decadrà riflessa prole ben nulla. Altre cose senza senso.

D’un tratto si ricordò che un anno prima, in un’altra breve vacanza, l’aveva maledetta. Per la storia delle bende, per quella figura tremenda che aveva fatto ridere tutti, che per tutto l’anno l’aveva sottoposto allo scherno dei compagni di collegio. Ercolino sempre in piedi, lo chiamavano.
Era successo l’estate precedente, ad Agosto. Faceva lo stesso caldo che c’era in quel momento sulla corriera.
Giocava dentro casa. Anche così, dentro la pesante armatura che doveva trascinarsi, non aveva rinunciato a divertirsi con i suoi fratellini. Giocavano a nascondino e lui si era nascosto nel bagno, dietro la lavatrice, con la faccia rivolta verso il muro per farsi più piccolo. Non si era accorto di aver spostato il tubo dello scarico e così l’acqua, anziché dentro il lavandino, era andata a finire per terra. E poi sui plantari di sughero e, piano piano, sui piedi di gesso che ne avevano assorbito una gran quantità. Dopo qualche ora il sughero si era staccato e il gesso, asciugandosi, era diventato giallognolo.

“Non possiamo rimandarlo così all’istituto.”
“No, davvero. Sa birgonza, che figura ci facciamo.”
“Pitturiamolo.”
“Ma no, si è pure sbriciolato, si vede la garza.”
“So io come fare.”
Il padre, che era muratore, era uscito di gran fretta e poco dopo era tornato a casa con un sacchetto di gesso a presa rapida, di quello che si usa nell’edilizia per opere di risanamento e di restauro.
“Prepara le bende, io comincio ad impastare.”
La madre aveva preso un lenzuolo bianco e con strappi decisi aveva ottenuto decine di strisce di stoffa lunghe due metri. In due avevano disteso Francesco sul tavolo della cucina, trasformata all’istante in una specie di sala operatoria.
“Ora, subito, prima che la malta si asciughi. Due giri. Aspetta, ci passo la spatola.”
“Ecco, così. Parti da sopra, dal ginocchio.”
“Mi sembra che non siano uguali, uno è più grosso dell’altro, aggiungiamo un’altra striscia.”
“Ora è il sinistro a essere più grosso.”
Dopo dieci minuti, al posto dei piedi, Francesco aveva due blocchi di cemento enormi e pesantissimi.
Quando lo risollevarono, non riusciva più a muoversi.
“Ma li mortaci vostra, ma che m’avete fatto, fiji de na mignotta? Che dio ve furmini!”
In romanesco, aveva urlato. Per stabilire una ulteriore distanza con quelli che non considerava più i suoi genitori. Per esprimere l’odio che provava con una forza superiore. Poi si era chiuso dentro la sua cameretta e per il resto della vacanza non aveva più parlato.

Scava le pene. Riso.

Si accorse che dentro di lui stava sorridendo.
Lei non lo sa. E forse io non so di lei.

Nughes era vicina. Oltre la nuca dell'autista si potevano scorgere le prime case, la periferia costruita a picco sulla valle di Selùna. Ancora pochi tornanti e sarebbe stato a casa, dentro i vapori del ragù che la zia Marianna stava preparando per il suo arrivo. Al padre avrebbe rivolto un saluto tronco, senza farsi toccare. Ho ucciso tutti padri, ho spento la fede.
Avrebbe abbracciato i fratelli. I suoi amici sarebbero venuti a trovarlo nel pomeriggio. Anche Polanca. La notte avrebbe cercato di cancellare i ricordi, quelli che poteva.

Adesso puoi svegliarla. Ma ancora non voltarti, qui a destra c'è il bosco di lecci.
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maurizio



Iscritto: 27 Apr 2008
Messaggi: 370
Località: roma

Inviato: 14/11/2008, 21:37    Oggetto:  

Hai il dono più prezioso per uno scrittore, quello di rendere reali le parole.
Leggendo, il monitor sparisce per lasciare il posto alla campagna che scivola fuori del finestrino, si percepesce il movimento del viaggio e l'angoscia del viaggiatore.
Alzandoti alla fine, senti i piedi come più pesanti...
Continua a piacermi molto quello che scrivi, grazie
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Virginj



Iscritto: 10 Giu 2007
Messaggi: 400

Inviato: 16/11/2008, 02:11    Oggetto:  

sottoscrivo il commento di Maurizio.
Hai il dono di com-muovere il lettore, di condurlo a te, di assorbirlo, di portarlo dentro ai tuoi personaggi, alle loro storie, al loro sentire.
Sei bravissimo.
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Principepazzo



Iscritto: 30 Mar 2005
Messaggi: 9082

Inviato: 16/11/2008, 10:04    Oggetto:  

ero nella corriera e soffro di mal d'auto,
ma non sono sceso
per arrivare fino alla fine
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