gocciadisplendore
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| Inviato: 18/11/2008, 19:49 Oggetto: BANDIERE ROSSE |
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I
Il ponte ferroviario chiudeva il paese o ne consentiva l’ingresso, a seconda della direzione dei passi. Oltre il ponte, solo poche isolate case, orti, terreni incolti, spiazzi polverosi e più in là, a pochi colpi di pedali, l’ultimo confine: la strada statale vigilata dagli ulivi. Ancora oltre, la collina, dalla quale, nelle giornate di estate, i pochi villeggianti scrutavano il mare, fino a quando non tramontava nella notte. La linea delle spiagge non sospettava che, dopo pochi anni, sarebbe diventata una striscia di luci, di suoni, di chiassosi corpi vuoti, ignari della loro solitudine. Il paese, anche allora, nasceva dal porto, ma lo sentiva ancora come parola originaria, come cuore che segna il ritmo, come difesa dalla tempesta. Ora il porto è solo acqua, meccanismi, antenne di ogni forma sui pescherecci, dialetto sporcato e impoverito da un misero italiano scolastico e televisivo. Negli scantinati si proteggevano colonne di ghiaccio che poi, a spalla, erano portate sul molo in attesa del raccolto dei pescherecci.
Nelle afose serate estive, quando lo scirocco cercava di seccare gli ultimi respiri, il paese era attraversato dalle voci dei venditori di ghiaccio, che, potenti muezzin, spingevano i loro carretti, annunciando poche lire di frescura. Sui marciapiedi, le sedie pazientemente sopportavano anziani in silenzioso dialogo. Nei chiassi e in ogni stradina, bambini davano calci a palloni di carta e a teste di bambole. D’inverno, al finire della luce, le porte delle case s’aprivano e le donne soffiavano aria e alcool sui bracieri. Quando la carbonella rosseggiava, le porte si richiudevano. Il silenzio era spezzato soltanto dai pianti dei bambini e, in poche abitazioni, dalle meraviglie dei primi televisori.
Gli anni '60 stavano iniziando, ancora c'erano tracce della miseria del dopoguerra, anche se automobili e motociclette sempre più sostituivano gambe e biciclette. I binari ferroviari salutavano gli ulivi e i fichi d’india per portare contadini e manovali ad indossare la faccia da operaio a Torino, o in Germania, in Francia, in Svizzera, in Belgio. Dal profondo della Puglia, seguendo il mare, fino a perderlo definitivamente, dopo Rimini, marciando verso la pianura padana. A volte i treni tornavano prima dell’arsura estiva; sferragliavano ricoperti di manifesti con la falce e il martello. Ad ogni stazione, ad ogni paese, la nuova classe operaia, ben rifornita alla stazione di Bologna, sventolava bandiere rosse e, dopo il lungo viaggio fatto di stanchezza, di nostalgia e di orgoglio, annunciava il voto al partito comunista. Un lungo meccanico serpente rosso attraversava la democristiana Puglia dei preti, dopo aver salutato i pugni dei contadini della Capitanata ancora fedeli a Di Vittorio.
Era sabato di fine aprile 1963. Il giorno dopo si sarebbe votato. I treni straordinari passavano uno dopo l’altro. Luca aveva 10 anni, abitava vicino alla stazione, a pochi metri dai binari, in una casa che tremava alle ore stabilite dall’orario ferroviario. Seduto su un muricciolo aspettava che i treni giungessero in stazione. Quando ripartivano, saliva sul muretto e, in piedi come una piccola vedetta, li vedeva sfilare, sempre più rumorosi, sempre più veloci, sempre più rossi di bandiere. All’improvviso il pomeriggio frenò fragorosamente e crudelmente. Dal treno scese un macchinista, corse indietro e si bloccò in un urlo quando vide una parte del corpo del suicida sotto un vagone. Le bandiere furono ritirate e centinaia di teste si sporsero dai finestrini. Quando la notizia si sparse, il treno sembrò vuoto. Tutti si erano seduti silenziosi. Luca era rimasto in piedi e osservava ciò che restava di un uomo, come aveva spesso guardato l’impasto di carne di un cane, di un gatto. Dal terrazzo di casa, sua madre lo chiamava, ma non la sentiva. Poi si voltò e la vide lanciare vecchie lenzuola per far coprire il morto. Restò immobile fino a quando terminata la ricomposizione del cadavere, il treno fischiò e riprese il cammino. Nessuno cantava più Bandiera Rossa.
A casa tutti tacquero. La madre aveva preparato il panino con il pomodoro e la mortadella. Luca non lo mangiò. A sera, imparò che ci si può gettare sotto un treno quando manca il lavoro o quando si diventa pazzi o quando si rimane soli o quando si diventa vecchi. Se avesse potuto comprendere i propri pensieri, avrebbe ascoltato domande sulla fragilità dei corpi, sul silenzio che di colpo vince ogni frastuono e inchioda lo sguardo, su come la vita si rimette in movimento, su come fa in fretta l’erba a liberarsi del rosso del sangue.
Il giorno dopo il suicidio era già stato archiviato. Si votava e a casa di Luca c’era fervore, perché la madre era assente per prestare servizio come rappresentante di lista. Si affacciò soltanto all’ora di pranzo per controllare se la pasta fosse stata ben ricoperta dal sugo e per lasciare una busta scudocrociata con vettovaglie elettorali. I treni continuavano a passare con le bandiere rosse; le parrocchie mobilitavano le dame di carità, le signorine di scarsa attitudine nuziale e chi aveva bisogno di un lavoro più sicuro per il marito. Parecchi anni dopo, la famiglia di Luca sarebbe diventata un parlamento, con padre, madre e figli schierati liberamente su posizioni diverse. Ma quella domenica Luca non poteva capire che il silenzio del padre nascondeva l’umiliazione di una schiena che non poteva restare diritta; non poteva sapere che il padre, per poter trovare lavoro, non avrebbe mai potuto raccontare a nessuno di come un sindacalista socialista, durante un travolgente comizio, avesse impresso la parola uguaglianza nel cuore di un giovane ragazzo contadino.
II
Don Davide era un prete fatto d’acqua. Sudava sempre, in estate, in inverno e quando era nervoso. Era alto e grasso dai piedi ai capelli. Quel martedì era particolarmente agitato. Il sudore gli scendeva dalla fronte, rigava le rosse guance -- aveva i suoi anni don Davide, ma il volto era ancora infantile --; le gocce più peccatrici si infiltravano nello stretto colletto bianco e quelle solo imputabili di peccato veniale lo superavano per andare a planare sulla talare.
La processione funebre avanzava faticosamente facendosi strada in un caldo già estivo. Don Davide guardava avanti e irrigidì gli occhi di fronte ad una sezione del partito comunista imbandierata a festa. Le elezioni erano andate male per lo scudocrociato e il suo sudore era aumentato. Guidava il funerale di un bambino di pochi anni e tutto il quartiere era in lenta marcia verso il cimitero. Un lungo battaglione di mamme popolane, con i bimbi al collo o per mano. Una sorta di quarto stato della maternità sottoproletaria. Don Davide sudava anche perché doveva biascicare le preghiere assordato dalle grida di pianto della madre. Un lamento continuo, una cantilena straziante, interrotta da picchi acutissimi di dolore.
Luca anticipava di pochi metri il corteo. Aveva caldo, chiuso nella veste di chierichetto abbottonata fino alle scarpe impolverate. Esponeva un piccolo e storto Cristo inchiodato alla sommità di una lunga e sottile croce di ferro. Ad ogni passo, la croce diventava sempre più pesante e il cimitero sempre più lontano. Era il secondo funerale della giornata. Il primo si era svolto subito dopo mezzogiorno, in fretta e furia, con poca gente, con preghiere imprecate dalle labbra, con il collo di don Davide inondato di sudore, senza processione, in una cappella sporca e umida del cimitero, con una bara gravida di un corpo ricomposto disordinatamente. Don Davide aveva obbedito al vescovo e una benedizione al suicida aveva dovuto darla. Dal suo punto di vista, si trattava di un morto con troppi difetti: il suicidio, la militanza comunista, la protesta per la mancanza di lavoro. Ma il vescovo aveva ordinato e il funerale si era dovuto celebrare. Anche per il suicida, Luca aveva tenuto alta la croce. Per la stanchezza aveva chiuso gli occhi: il rosso delle bandiere e del sangue si era confuso. Poi si era tolto la veste indossata in fretta sopra il grembiule della scuola ed era tornato di corsa a casa, fermandosi prima in chiesa per lasciare provvisoriamente i paramenti.
Finalmente, la giornata di benedizioni e di lacrime era finita. Luca oziava sul terrazzo di casa, fra i panni stesi e bacinelle adattate ad ospitare erbe aromatiche per la cucina. Fissava i binari; cercava il punto preciso della morte, ma quel punto era scomparso. Anche l’erba del declivio era tornata tutta eguale, come se nessuno l’avesse calpestata alla ricerca di frammenti di corpo, di una scarpa, di qualche oggetto personale. La morte si sa nascondere bene. Soltanto chi la configge nei propri occhi sa che è sempre presente.
All’improvviso la corsa di un treno triste, di quelli senza finestrini, con una vecchia motrice e una lunga serie di vagoni per trasporto merci. Lo stridore di quella ferraglia ricordò a Luca il pianto della giovane madre. Quella litania di singhiozzi lo aveva molto sorpreso, nonostante fosse abituato ai lamenti che accompagnano i morti. Conosceva quella donna, perché abitava vicino casa sua. Non riusciva a capire come una donna così piccola potesse piangere con tanta forza. Del bambino non sapeva nulla, se non che una volta l’aveva visto vestito con un piccolo abito da frate. Era il giorno di sant’Antonio e molti bambini venivano monacati sperando nella grazia della guarigione. Quella vestizione gli era stata spiegata dalla madre, che non aveva dato risposta alla domanda circa l’efficacia della pratica. Luca era specialista in domande orfane di risposta.
Quel giorno, Luca aveva imparato che vestirsi come sant’Antonio non era servito a nulla. Sarebbe arrivato tempo in cui, in una serata di malinconia e parole, avrebbe raccontato quella vicenda agli amici, scherzando su conflitti di competenza fra santi protettori, su Madonne chiamate a proteggere troppi luoghi per riuscire ad essere davvero utilmente misericordiose, su statue piangenti sempre in case di poveri cristi e mai negli attici di notai e altri professionisti. Ma quell’eucaristia di carne, terra e erba, vegliata dalle bandiere rosse non l’avrebbe più scordata. Quella croce sempre più pesante, spinta in avanti dalla disperazione di una giovane madre, che non capiva di essere diventata meno povera senza uno dei suoi troppi figli, quella croce gli sarebbe sempre bruciata fra le mani. Quel bruciore non gli avrebbe però mai regalato calore, ma solo l’ironico tepore di pensieri che hanno imparato a non farsi prendere in giro dalle illusioni.
Si sentì chiamare e corse giù in strada, dove lo attendevano altri ragazzini con un pallone di plastica leggera, di quelli che il vento frena o travolge, di quelli che non rovinano troppo presto le scarpe, se non sono già rotte. Così erano quei bambini: trattenuti da un’esistenza che soffiava irregolarmente, a rischio di essere frettolosamente gettati nell’età adulta dalla necessità familiare, alcuni già rovinati e segnati da una irreparabile mancanza di parole, altri da corpi nemmeno buoni per la soma.
III
La ferrovia segnava anche il limite dell’acqua. Nelle case dopo il ponte non c’era acqua corrente. Erano sorte clandestinamente o per scommessa su un prossimo arrivo della civiltà. Ma la civiltà si era fermata alla Chiesa: acqua benedetta per i battesimi e acqua corrente per il sudore di Don Davide. Acqua anche per rinfrescare, in estate, il polveroso campetto di calcio disegnato sulla terra rinsecchita ricoperta da pietrisco. Anna, la sacrestana, con un lungo tubo di gomma bagnava il terreno e tutti i ragazzini che a bocca aperta si lanciavano dentro il fiotto d’acqua. Urlava Anna, scacciava e minacciava, ma rideva e prendeva la mira, puliva facce, colli, mani, gambe. Dopo la partita, le magre gambe correvano a perdifiato fino a ripassare sotto il ponte e fermarsi di colpo e tutte insieme alla fontana pubblica. La rumorosa sete metteva fretta a chi stava riempiendo bottiglie, i secchi, le quartare in lamiera o quelle moderne di plastica.
La fontana era un luogo pericoloso, perché tutto intorno si scivolava, perché spesso l’acqua schizzava da direzione obliqua, perché in alto, su un balconcino, la vigilava Lorenzo, quindici anni e futuro saggissimo scemo del villaggio. Lorenzo si divertiva ad arcobalenare urina sulla fontana e rideva delle bestemmie degli assetati. Il primo maggio fu il grande giorno per Lorenzo, ma anche l’ultimo perché le cinghiate prese dal padre posero fine ad ogni sua passione idraulica.
Lorenzo si affacciò e vide la fontana circondata da un centinaio di donne urlanti. Chiedevano il prolungamento della rete dell’acquedotto fino alle loro case. Le donne erano esasperate e furono raggiunte dai mariti, dapprima timidi, poi sempre più aggressivi. Arrivarono anche i bambini e non mancò più nessuno. Il concerto di tegami e pentole accompagnò il blocco della strada. C’era anche la madre di Luca. Insieme ad altre amiche scortava don Davide, che si era lasciato coinvolgere in quella protesta, non riflettendo sul fatto che fosse primo maggio e che l’esistenza di Lorenzo avesse un suo senso particolare. La prima circostanza lo costrinse a trovarsi vicino ad un’enorme bandiera rossa che, ad ogni primo maggio, un vecchio comunista esponeva dalla sua finestra. Lo sbandieratore era ormai in pensione e sventolava senza alcun timore. Il rosso fece aumentare il sudore di don Davide, che era purtroppo anche un bersaglio molto attraente per Lorenzo che lo benedisse completamente con precisione da giardiniere di esperienza. La scorta delle parrocchiane mise in salvo il parroco trascinandolo più avanti. Il sudore si divise in equivoci rigagnoli.
Il tumulto aveva provocato l’intervento dei vigili urbani, che faticarono a tenere a bada le donne. Finalmente, arrivarono il sindaco, assessori e consiglieri comunali e anche il corteo del primo maggio che era stato deviato verso il luogo della rivoluzione. Quando giunse il plotone sindacale delle bandiere rosse, don Davide cominciò a produrre una quantità di sudore che avrebbe consentito a tutte le donne di fare il bucato per tre giorni.
In piedi su un secchio rovesciato, Luca osservava la scena e soprattutto s’accorse che sua madre guidava la piccola delegazione che fu ammessa a parlare col sindaco. La sentì parlare con calma, ma anche interrompere con forza i politici, ricordando tutte le promesse già non mantenute. Due parole furono ripetute molte volte: diritto e uguaglianza. Don Davide non ebbe bisogno di intervenire e prese atto con soddisfazione che la sua parrocchiana aveva preso il comando della situazione, così rischiosa a causa di tutte quelle bandiere rosse. Il sudore scomparve, ma l’abitudine lo costringeva ad asciugarsi lo stesso col fazzolettone bianco.
Di quel giorno si parlò a lungo e la madre di Luca cominciò ad essere interpellata per ogni faccenda, dal marciapiede da riparare alle liti da risolvere con il ricorso ad un autorevole consigliera di pace. Don Davide la promosse nella gerarchia dell’Azione Cattolica e le mogli di professori, medici e ingegneri dovettero cedere una sedia alla prima delegata proletaria. Le promesse furono mantenute e il Natale portò in dono l’acqua a tutte le case oltre il ponte e, nella primavera successiva, le tubature raggiunsero Fort Apache, e un complesso di edifici popolari costruito proprio a ridosso della strada statale a grande distanza dal paese. Quella primavera, non fu più necessaria la danza della pioggia per un energico lavaggio delle teste dei bambini.
IV
Per il suo turno di chierichetto, Luca sceglieva sempre la messa della sera del sabato o della domenica. La domenica mattina non aveva voglia di far nulla, inaugurando un’abitudine a cui sarebbe rimasto sempre devoto. Inoltre, mancava di adeguati vestiti della festa e preferiva non ricordarselo. D’altra parte, la messa della domenica mattina non gli era mai proposta, come anche il servizio per i matrimoni, perché non possedeva una piccola elegante talare tutta sua e nemmeno la cotta.
I chierichetti si dividevano in due categorie: i proprietari dei paramenti e gli utilizzatori di quelli usati e impiccati in un vecchio armadio della sacrestia. In un altro armadio brillavano i completi nuovi che le mamme lavavano e stiravano dopo le fatiche di almeno tre messe. Una domenica, Luca era stato chiamato per emergenza a gestire il campanello e le ampolle; guardando l’altro chierichetto addetto al turibolo, aveva potuto riflettere su come il bianco possa elevarsi allo splendore del mare quando sbatte contro gli scogli o precipitare nel grigiore di un cielo nuvoloso, su come il nero possa essere un colore o semplicemente un’assenza di luce. Non aveva più risposto a chiamate di emergenza.
Quel sabato Luca era preoccupato, perché non si era confessato e avrebbe dovuto fare lo stesso la comunione per non fare arrabbiare don Agostino, il prete del sabato sera. Il parroco era pieno di carne senza spigoli, il suo vice era di sghemba magrezza. Don Agostino non sudava mai, celebrava tenendo quasi sempre gli occhi solennemente socchiusi e, soprattutto, confessava in modo inflessibile, dissotterrando dalla memoria anche i peccati inesistenti. Luca andava sempre a confessarsi da Don Davide e sempre per ultimo, quando il parroco era quasi addormentato. Ma quel sabato Don Davide non c’era e Luca non si era confessato. Dopo aver salutato don Agostino, che già in sacrestia iniziava a contemplare il Signore, Luca aveva indossato una talare senza nemmeno sceglierla fra le meno consumate e si era avviato al suo destino davanti al pubblico delle vecchiette abbonate alla messa del sabato sera.
La veste di Luca era impolverata di nero e aveva una fila di pesanti bottoni più tremolanti dei denti da latte. Mentre preparava le ampolle, l’asola più losca liberò il suo prigioniero, che tintinnò sul marmo e poi rotolò, da perfetto funambolo, fino alla balaustra dove si fermò con un ultimo acuto sussulto. In quel momento, tutti erano in silenziosa preghiera, don Agostino aveva gli occhi chiusi in perfetta meditazione e il rumore del bottone fu per lui un’insopportabile eresia.
La celebrazione continuò e Luca si sforzò di non pensare all’accaduto. L’irreparabile accadde quando accompagnò don Agostino alla balaustra per puntare il piattino alla gola dei comunicandi. Vide vicino ai piedi il bottone e, alla fine dell’eucaristia, si piegò per recuperarl prese il bottone ma gli cadde il piattino, il cui impatto sul pavimento fu per Don Agostino intollerabile come un intero concilio di eretici.
Tornati in sacrestia, Luca capì subito che stava per verificarsi qualcosa di decisivo, ma non riusciva ad avere chiarezza sui particolari della imminente rivelazione. Due sberle, una a destra e l’altra a sinistra, in perfetta successione, posero fine alla sua carriera ecclesiastica. Smise di frequentare la parrocchia e a nulla valsero le proteste della madre, alla quale non fu concesso nemmeno di sapere degli schiaffi. Anche il campetto di calcio fu disertato. Lentamente Luca fu dimenticato; soltanto Anna continuò a lungo a cercarlo per rinfrescarlo alla fine della partita.
Due ceffoni possono avere conseguenze intellettuali molto importanti quando al dolore delle guance si associa quello dell’umiliazione. In definitiva, la stessa religione cristiana è germinata da un’inaccettabile offesa: quella della croce. Luca non poteva saperlo, ma l’ultima lezione di catechismo ricevuta da don Agostino sarebbe stata fondamentale per il suo futuro. Per il momento, di quell’intervento catechistico così personalizzato ricordava senza alcuna incertezza dottrinaria il rosso delle macchie di sangue sul fazzoletto. Il naso cessò di sanguinare soltanto quando alla fontana si lavò la faccia e si asciugò gli occhi con l’acqua fresca. Il fazzoletto fradicio di rosso fu ammainato e gettato nella grata di scolo dell’acqua.
Luca non poteva nemmeno sapere che avrebbe incontrato nuovamente don Agostino al Liceo. Nell’ora di religione, un solo alunno sarebbe stato attento alle parole del sacerdote: un alunno sempre silenzioso, desideroso di imparare per meglio confutare, con gli occhi fissi sul crocifisso quasi a cercare di scorgere il rosso delle ferite. In un mattinata del quinto anno di liceo, don Agostino gli chiese quando avesse perso la fede. Luca gli parlò di Ivan Karamazov; probabilmente aveva rimosso il ricordo dell’antica rivelatrice epistassi.
V
A dieci anni, da molto tempo, non si crede alla Befana. Specialmente nelle case dove la vecchietta, a seconda delle condizioni economiche, lasciava indumenti utili o passava oltre. Ma la mattina del sei gennaio 1964 Luca si sentì felice e avrebbe voluto essere meno magro e più alto. Vestito di neroazzurro, dai calzettoni alla maglia n. 8 di Mazzola, si guardava allo specchio e qualcosa non lo convinceva. Tutto era almeno di tre taglie più grande. Solo le scarpe di tela erano quasi della giusta misura; forse soltanto di una misura in più. Si trattava di un regalo di lunga durata e in quegli anni, quando era possibile, si comprava anticipando la crescita.
La madre gli mostrò come le maniche si potevano ritirare in se stesse, come i pantaloncini potevano essere tirati su. Luca avrebbe indossato quella divisa fino alla definitiva consunzione dei colori, della stoffa e al riempimento di tutta la originaria larghezza. Intanto, appena aveva potuto, era uscito in alta uniforme da calciatore accompagnato dal fratello maggiore, tornato in licenza dal servizio militare. Andarono in un campetto vicino casa. La gioia impedì a Luca di accorgersi degli sguardi di invidia degli altri ragazzini; la paura di sporcarsi gli tolse gioia di correre, colpire con forza e provare a cadere per addomesticare il pallone. Poi dovette restare a lungo a prendere freddo vicino casa, a far da perplesso testimone alle chiacchiere del fratello con una signorina molto più attraente della befana.
L’attesa del previsto regalo aveva in parte distolto Luca dall’evento che si era consumato il giorno precedente. La famiglia aveva accolto un nuovo membro, destinato ad un ruolo di primo piano. Nel primo pomeriggio, prima che il padre tornasse dal lavoro, il televisore era stato sistemato nel salottino. Le sedie erano state spostate in posizione adeguata e, soprattutto, la poltroncina in similpelle del capofamiglia. Televisore e trono esattamente di fronte.
Quando avevano sentito i freni della bicicletta, Luca, la madre, i due fratelli, la sorella si erano seduti, il più compostamente possibile; quando i passi si accingevano a terminare le scale, in casa regnava il silenzio e in quel silenzio si ascoltavano delle voci di ignota appartenenza. Il padre entrò, guardò il televisore, si girò, andò a lavarsi, mangiò qualcosa e spari in camera da letto. Nemmeno una parola. Ignorò il televisore per due giorni, poi al terzo giorno, dopo cena, si sedette per il telegiornale e dopo mezzo secolo è ancora seduto lì. Lo scioglimento della tensione fu un sollievo per tutti. Ancora una volta il metodo della madre di Luca aveva funzionat la strategia del fatto compiuto. Una lunga preparazione, la presa d’atto della difficoltà della spesa, l’apparente rinunzia all’acquisto, l’ipotesi delle rate, l’acquisto e l’installazione nel primo pomeriggio. L’arrivo del padre, il suo silenzio preoccupato, il suo far finta di nulla, i segreti conciliaboli sulla durata e la consistenza del pagamento rateale, l’accettazione del fatto compiuto, senza assunzione di responsabilità. Sarebbe stato così anche per la cucina completa di forno, per il frigorifero, per la lavatrice.
Luca si sarebbe rivisto nelle resistenze e nelle ansie del padre, quando sarebbe stato portato faticosamente in giro da sua moglie per negozi di arredamento o per agenzie immobiliari. Ma la sera in cui il padre riconobbe come componente familiare legittimo il televisore, si sedette vicino alla madre: con un occhio le spiava il profilo sorridente, con l’altro ascoltava la sigla del telegiornale. Si emozionò moltissimo e avrebbe voluto abbracciarla, ma nella sua famiglia le affettuosità erano tutte implicite, ostacolate dal pudore e lui già a dieci anni sentiva che il tempo delle carezze era passato. Ogni sera Luca aspettava con ansia l’arrivo del padre per correre a prendere la bicicletta e riporla nel sottoscala; in quell’operazione padre e figlio si sentivano molto vicini, ma il loro silenzioso sorriso era più di un abbraccio di abitudine e meno di una mano fra i capelli.
Il televisore regalò gioia fino alla sera del venticinque maggio, quando Luca vide la sua Inter vincere la coppa dei campioni contro il Real Madrid, tenendo stretta fra le mani la sua maglia n. 8. Il giorno dopo suo padre morì colpito da un cavo di acciaio che lo fece cadere dall’impalcatura sull’asfalto. Seguendo il fratello, Luca arrivò di corsa e nessuno avrebbe potuto fermarlo; vide il corpo del padre un attimo prima che un lenzuolo lo coprisse.
Per tutto il tempo del funerale, fu tenuto per mano dal fratello e cercò di non piangere, anche quando don Davide si commosse, anche quando vide le lacrime della madre. Fuori dalla chiesa attendeva un gruppo di operai; uno di loro mise sulla bara un garofano rosso.
La bicicletta del padre era troppo alta per Luca, ma un pomeriggio la videro sfrecciare lungo la discesa che portava al ponte. Luca fece appena in tempo a buttarsi per terra, prima che la bicicletta si schiantasse contro il muro che separava casa sua dal ponte. Si presentò dalla madre sporco, insanguinato e si lasciò abbracciare.
Per molto tempo la poltroncina rimase vuota; poi la madre cambiò la disposizione del televisore e del salottino e il posto del padre scomparve, per riapparire improvvisamente ogni volta che sembrava definitivamente dimenticato.
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